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SITO ITALIANO DEDICATO A BOB DYLAN

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GLI  SCRITTI  DI  DARIO "TWIST OF FATE" GRECO

A
Saved (1980)

Secondo capitolo gospel di Bob Dylan

Nessuno può salvare Dylan da sé stesso, nemmeno Dylan stesso. Il problema è che il cantautore americano non ha nessuna intenzione di fare sconti a nessuno, quando entra in studio per registrare il suo ventesimo disco. SAVED è per molti versi il sequel di Slow Train Coming che lo aveva preceduto meno di un anno prima. Eppure nonostante la produzione di Barry Beckett e Jerry Wexler e le registrazioni realizzate nuovamente al Muscle Shoals Sound Studio, le differenze sono nette fin dalla prima traccia. Al disco collaborano Tim Drummond, Jim Keltner e Fred Tackett, motivo per cui il disco ha gran bel tiro, che gli permette di esplorare, se possibile in maniera più radicale e profonda, l'ossessione dylaniana per il gospel. Nella migliore delle ipotesi si tratta di un solido e nervoso blues rock, con alcuni degli episodi musicalmente più vibranti di tutto il repertorio. Il problema, se si problema si può parlare, è derivato da una certa allegoria e da testi che sono inequivocabilmente in debito verso il Nuovo Testamento. Bob Dylan è entrato in una fase della sua carriera in cui ha smesso di chiedersi cosa possa volere il pubblico. Pensa a sé stesso e tira dritto. Col senno di poi questo è uno di quei dischi che poteva restare nel cassetto.

Eppure ci sono aspetti che lo rendono unico, meritevole di fare da contraltare alla sua produzione in studio più celebrata e iconica. Del resto appena dopo Desire il Nostro aveva iniziato a produrre lavori che la critica faticava a comprendere e a mettere a fuoco con analisi obiettive ed equilibrate. Sono passati appena cinque anni dal suo ultimo vero capolavoro: quel Blood on the Tracks concepito come un'autentica opera d'arte. Un lavoro coeso, vibrante e toccante, come pochi. Saved in effetti pare sia stato realizzato da un artista totalmente differente. Qui ci troviamo di fronte a un musicista che scrive in modo nuovo, diverso. Quello del 1975 usava metafore e linguaggio da poeta stilnovista ispirato da Shakespeare e da altri campioni della letteratura mondiale come il russo Cechov; l’autore di Saved parla una lingua più piana, forse più banale, almeno rispetto allo standard e al metro precedente. Eppure oggi a distanza di 40 anni abbiamo imparato ad ascoltare i suoi diversi stili, che includono tanto le fisime quanto le rivelazioni, ma per il mondo che viaggiava sui meridiani e le prospettive del 1980 deve essere stato uno shock ascoltare questo disco da invasato.

Un fanatico religioso, dirà la critica, nonostante fosse poco chiaro se Dylan stesse facendo sul serio o no. Di certo stava facendo sul serio con i suoi spettacoli dal vivo, visto che raramente ha suonato dal vivo con questa intensità, con il furore e il fuoco sacro del rock che divampava. Attraverso le testimonianze live ufficiali oggi possiamo collocare questo Saved in una cornice molto più precisa e consona. Abbiamo visto dove ha portato il viaggio degli anni ottanta, il cammino senza tregua (il Never Ending Tour) degli anni Novanta, dove Dylan sembrava davvero un salmone infaticabile, capace com' era di andare contro ogni stile, formula e soluzione che in quel momento sembrava essere paradigma e prerogativa di successo. Dylan ha fatto grande musica in ogni decade. Questo oggi è un fatto con cui certa critica e certi giornalisti hanno imparato a fare i conti. Perché cadono i miti, cadono i poster della nostra gioventù, ma il buon vecchio Bob resta saldamente in sella.

Forse era lui quello che stava cercando salvezza. È rimasto aggrappato al suo credo, cambiando naturalmente, ma con una chitarra a tracolla e un’armonica ferita. Con una penna a volte gentile, a volte di fuoco e di furore. Oggi possiamo sorridere per tutte le recensioni che avevano dato per finito e condannato all’oblio un autore che non aveva ancora compiuto 40 anni. Certo, bisogna dire che all’epoca un musicista a quell’età era considerato sul viale del tramonto, per quanto concerne la musica popolare. Dylan però ha saputo tenere botta, prima di tutto alle sue convinzioni, poi al pubblico e alla critica. Dalla sua ha avuto uno zoccolo duro di seguaci che ha sempre sostenuto l’artista, fregandosene perfino dei dischi brutti, inutili o banali che avrebbe prodotto durante una fase della sua carriera musicale.

Tuttavia Saved non rientra in questa categoria: qui ci sono grandi canzoni, ottime idee musicali e una band che suona come se avesse alle spalle il baratro della dannazione eterna. Una canzone su tutte? "What Can I Do for You?", naturalmente, dove l'assolo finale di armonica è redenzione pura.

Oggi un disco del genere verrebbe accolto come un capolavoro, di certo nessuno si sarebbe scandalizzato per le idee estreme del cantante, men che meno per chi è in sella da più di 30-40-50 anni. C’è gente che cambia atteggiamento, stile musicale, ideologia e religione. Oggi un disco come Saved potrebbe perfino passare inosservato, ammesso che ci siano artisti pronti a rischiare e a produrre musica come questa. Ok, Nick Cave e pochi altri. Così mentre i miti mutano pelle per sopravvivere a loro stessi, Dylan è ancora su quel palco diretto verso un altro show. Avrà tradito il pubblico e di sicuro ha più volte silenziato le critiche e la stampa, ma questo non ha alcuna importanza. Quello che conta adesso come allora è la musica. Saved sotto questo punto di vista raggiunge il suo obiettivo, vincendo a mani basse la sfida e la posta in gioco.

Dario Greco

Perché la Columbia ce l'ha con Dylan?


Dylan (1973)

Premetto che faccio fatica nel non provare affetto e simpatia verso un’operazione bislacca, fuori fuoco e discutibile come questa raccolta "Dylan" (1973) pubblicata in Europa con il titolo Bob Dylan (A Fool Such as I). In alcuni casi si è parlato di un tentativo di auto-sabotaggio, ma nella migliore delle ipotesi fu la vendetta dell’etichetta verso l’artista che era passato all’Asylum. Per la prima dozzina d’anni di carriera, Dylan registrò con la Columbia Records: un’eternità, per un business in cui gli artisti, i manager e gli A&R, cambiano etichetta con la stessa velocità con cui oggi gli atleti professionisti cambiano squadra. Tra pochi bassi e parecchi alti, il sodalizio tra l’artista e la CBS era durato 12 anni, periodo in cui Dylan aveva dato alle stampe 12 lp, di cui solo uno costituito da brani non autografi e un altro prevalentemente strumentale (la colonna sonora del film Pat Garrett & Billy the Kid).

Non è raro che le case discografiche saccheggino il materiale d’archivio non utilizzato quando un grosso artista (e Dylan all’epoca lo era, eccome!) migra verso altre etichette. Tuttavia risulta stramba la scelta di pubblicare proprio quel tipo di brani, principalmente cover e tradizionali, che erano stati registrati durante le sessioni di Self Portrait e New Morning.

Immancabile come la nuvola fantozziana arriva il critico a chiosare su questo disco, affermando che si tratti di “un inetto confezionamento dei momenti più bizzarri di un grande artista, che fortunatamente finora erano stati dimenticati”.

Il capitolo Dylan vs Critica musicale, prima o poi dovrà essere affrontato e risolto al suono di flautate e suadenti pernacchie. Non intendo dire che una leggenda vivente debba per forza essere perdonata, quando produce canzoni mediocri, ma non esiste altro caso di tale portata mediatica, dove il giudizio della stampa sia così fazioso e demolitivo. In pratica se andiamo a sommare e a unire tutte le stroncature sull’opera dylaniana, potremmo compilare senza difficoltà un volume della portata di "Guerra e pace". In certi casi le critiche sono immotivate, in altre addirittura fantasiose e per niente costruttive.

Guardando in ottica retrospettiva, il disco prodotto da Bob Johnston regala alcuni bei momenti, come nell’iniziale Lily of the West, in Sarah Jane, nella sbracata e umoristica versione di Mr. Bojangles, in Big Yellow Taxi di Joni Mitchell, nella conclusiva Spanish Is the Loving Tongue. C’è poi un brano interessante come The Ballad of Ira Haynes, la cui storia è stata trasposta sul grande schermo da Clint Eastwood nel film Flags of Our Fathers.

Sono però le canzoni appartenenti al repertorio di Elvis Presley che offrono a questo disco una certa dignità e importanza, se non altro in una cornice storica e aneddotica.

Elvis aveva infatti proposte alcune versioni di brani scritti ed eseguiti da Bob Dylan. Il preferito dall’autore sembrerebbe Tomorrow is a long time, ma ebbe successo anche la versione presleyana di Don’t think twice, it’s all right. In questa occasione è Dylan che esegue due brani di Presley. Bisogna fare un piccolo passo indietro, arrivati a questo punto.

Dopo aver inciso John Wesley Harding e Nashville Skyline, Dylan decide di realizzare un paio di album dall’atmosfera rilassata e un po’ svagata. In particolare questo aspetto emerge dalle sessioni di Self Portrait. Per l'occasione Dylan esegue Blue Moon, brano che in precedenza era stato inciso proprio da Elvis. In New Morning l’omaggio è più sentito e personale, con la composizione autografa di Went to see the Gypsy, titolo dedicato proprio a The King. Del resto Dylan non ha mai fatto mistero di essere un sincero appassionato di Elvis, Little Richards e dei pionieri del rock and roll e del rockabilly. Elvis ha di diritto un posto speciale nel suo cuore, come anche Buddy Holly. Specialmente nella fase Sun Records, Elvis esercita un ruolo determinante in alcune scelte artistiche di Dylan. Questa eco giungerà fino alle sessions di Time Out of Mind del 1997, poi ancora oltre. Si tratta di un’ispirazione continua.

Appena venne dimesso dall'ospedale per istoplasmosi negli anni Novanta, dichiarò: "Sono davvero felice di sentirmi meglio. Ho pensato davvero di rivedere presto Elvis". Del resto all'epoca (nel 1977) Dylan fu profondamente colpito per la morte di Elvis, come avverrà successivamente anche per quella di John Lennon. "Non parlai a nessuno per una intera settimana dopo che Elvis morì", ricordò. "Se non fosse stato per Elvis ed Hank Williams, non farei quel che sto facendo oggi".

Ecco, se vogliamo trovare una ragione che possa dare significato a questo disco incidentale del 1973, i brani A Fool Such As I e Can’t Help Falling in Love, al di là della loro riuscita, sono un motivo sufficiente, a livello storico e retrospettivo, per dare una certa dignità artista a questa operazione. Il giudizio sull’opera in sé deve rimanere sospeso, ma se proprio dovessi sbilanciarmi direi che è un disco tutto sommato divertente, godibile, scanzonato. Capace di mostrarci una vena comica come raramente è successo nella produzione discografica dylaniana.



Dario Greco

Down in the Groove (1988)


Ugliest Bob in the World

Scrive Joel Selvin, critico musicale del San Francisco Chronicle: “Bob Dylan ha fatto parecchi cattivi dischi. Ora i cattivi dischi sono il frutto del tentativo di realizzare buoni album. Bob Seger e Tom Petty probabilmente non hanno mai fatto dischi cattivi. Ma non hanno realizzato neanche un grandissimo album nella loro longeva attività discografica. Hanno prodotto invece buoni, ottimi dischi. Sul fatto che Knocked Out Loaded possa essere considerato il suo peggior album, ci sarebbe parecchio da discutere. Possiamo però pacificamente riconoscere che si tratti di uno dei sui peggiori 10 lavori in studio. Magari non è il peggiore in assoluto, ma di certo sta a fondo classifica.”

Ho scelto di iniziare questo commento retrospettivo dedicato a Down in the Groove, facendo un piccolo passo indietro. Premetto che questo non sarà un pezzo semplice da scrivere e di conseguenza neppure da leggere e da fruire, specialmente da dispositivo mobile. Il punto è che trovo davvero troppo semplice e riduttivo bollare questi dischi (che sono giustamente considerati minori) come se fossero cose di poco conto, nella carriera di un artista importante, unico e geniale come Bob Dylan. Specialmente perché questo specifico disco, pubblicato il 30 maggio 1988, segna in un certo senso la conclusione degli “anni ottanta” per il suo autore. Anni ottanta, tra virgolette, perché a questa definizione attribuiamo la fase più oscura, sottostimata e gestita male, dal cantautore statunitense. Eppure il 1988 per chi conoscerà un minimo la vicenda umana e la carriera professionale di Dylan, mostra una svolta fondamentale, in termini retrospettivi. Il motivo è piuttosto evidente. Appena 8 giorni dopo la pubblicazione di Down in the Groove, (disco di cui parlerò più avanti) il suo autore decide di partire per un nuovo tour.

E il tour è quello che oggi conosciamo come NET: Never Ending Tour.

Secondo alcune tesi, questa tournée durerà 135 date, ma per molti non è ancora terminata. A causa del Covid-19, Dylan è stato fermo ai box 2 anni, ma appena ha avuto la possibilità, è tornato in giro, con un tour mondiale che avrà termine (si ipotizza) nel 2024. Scaramanzia e cabala a parte, da quel 1988, Dylan è tornato a interpretare il ruolo di assoluto protagonista nei live acts. Piaccia o meno, questa è la data a cui fare riferimento. Questo è il disco che segna una nuova tappa, fondamentale. Sotto un certo punto di vista la carriera dell’artista deve molto a quello che comprensibilmente è considerato il suo lavoro peggiore. Non sono qui per interpretare l’avvocato del diavolo, dato che nemmeno mi piace questo album, ma gli andrebbe riconosciuta una qualità intrinseca, che forse nemmeno i lavori più incensati della critica possiedono. Rolling Stone, così tanto per cambiare, nel 2007 attribuisce a Down in the Groove la scomoda etichetta di peggior disco di Dylan. Come afferma Alan Light, critico newyorkese, se sei un vero appassionato o uno studioso della carriera di Dylan, questo è il lavoro più ingannevole, ragione per cui è comprensibile trovare i brutti dischi tanto interessanti. Perché ci raccontano qualcosa in più della storia. E dopo aver esaminato quello che viene prima, dopo e durante (in questo caso) anche un album difettoso è ancora importante.

Diciamo che con Dylan è possibile frammentare e unire il corpus discografico, ma resta il fatto che è il totale, la somma delle differenti parti, che diventa interessante rispetto alla specificità dei singoli dischi. Abbiamo già raccontato di quel magnifico e proverbiale colpo di coda che è stato Oh, Mercy, disco prodotto e firmato da Daniel Lanois nel 1989, ma troviamo che in questa occasione sia più interessante e divertente vedere in che modo i cattivi dischi sono cattivi, che cosa hanno rappresentato all’epoca, come vanno giudicati e catalogati adesso. Oltretutto per chi non lo conoscesse, stiamo parlando di un disco che dura appena 30-32 minuti. Che Dylan negli anni ottanta fosse artisticamente apatico è questione di opinioni, ma il fatto che avesse rallentato nel ritmo compositivo è invece un dato di fatto.

Down in the Groove certifica questo aspetto, visto che troviamo nella raccolta di brani solo quattro canzoni autografe, di cui due sono scritte a quattro mani con Robert Hunter. Il paroliere dei Grateful Dead tornerà più avanti a comporre assieme a Dylan Together Through Life, album del 2009. Non solo: uno dei quattro brani autografi è un outtake risalente a Infidels, disco del 1983. Si tratta di Death is not the end, brano che verrà riproposto più avanti da Nick Cave, il quale darà alla canzone una seconda vita e una certa dignità artistica che forse nella versione originale non possiede.

Forse non bisognerebbe limitarsi ad analizzare unicamente i brani autografi, dove comunque troviamo "Silvio", canzone che mette in evidenza un Dylan performer divertito e divertente, che ribadisce una delle sue qualità a molti forse un po' nascosta. Quella rara capacità di essere autore divertente e interprete spigliato e agile. Già l’agilità considerata unicamente come qualità e virtù, aspetto secondario e poco valutato per un autore che in passato aveva composto brani epici e monumentali come Desolation Row, Lily, Rosemary and the Jack of Hearts o Sad Eyed Lady of the Lowlands. Ho scelto proprio queste tre canzoni, tra le tante, perché sommando la durata si arriva a trentuno minuti. La stessa durata di questo trascurabile Down in the Groove. Album che contiene appunto quattro brani autografi, tra cui la terribile Ugliest Girl in the World, senza dubbio la peggiore canzone scritta dal cantautore.

Scrive Calvino nelle sue Lezioni americane: "La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura, tutte qualità che si accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento ad un altro, a perdere il filo cento volte e ritrovarlo dopo cento giravolte." Dylan, autore di canzoni conosce bene il significato di rapidità e disinvoltura. Sono queste le ragioni per cui la sua penna è sempre occupata, il suo piede sempre svelto, parafrasando Forever Young. "Silvio" ci mostra che il Dylan autore e quello performer godono di buona salute, in questo 1988. Ed è pur vero come il disco mostri un cantautore in evidente difficoltà compositiva. Era dal lontano 1970, anno in cui pubblica Self Portrait, che Dylan non pubblica un disco infarcito di cover, brani tradizionali o composizioni di altri autori. Eppure qualcosa si smuove. Perché sotto il nome di Traveling Wilburys, pubblica assieme a George Harrison, Tom Petty, Roy Orbison e Jeff Lynne, uno dei suoi più grandi successi commerciali del periodo. Un altro colpo di coda, nel quale spiccano brani come Tweeter and the Monkey Man, Congratulations e Dirty World. Così quella che potrebbe risultare l’ennesima parentesi, di fatto getterà le basi per un nuovo, ennesimo ritorno, in grande stile. Archiviati questi goffi tentativi di collaborazioni con Grateful Dead, Tom Petty, Stones e addirittura con membri dei Sex Pistols, (nel brano Sally Sue Brown, figura nei crediti il chitarrista Steve Jones) Dylan torna ancora una volta a casa.

Attingendo dalla migliore vena compositiva, darà alle stampe un disco maturo, triste e concentrato come Oh, Mercy. Perché la festa degli anni ottanta volge al termine. Inizia una nuova decade dove il Political World avrà ancora bisogno dei versi di Bob Dylan. Come diceva (più o meno) Franco Battiato nella canzone: Mister Tamburino, non ho voglia di scherzare, rimettiamoci la maglia, i muri stanno per crollare!

Dario Greco
 

Pat Garrett & Billy The Kid (1973)



Commento critico su Pat Garrett & Billy The Kid

Una breve premessa storica

Nel 1871 per tenere a freno i cow-boy che invadevano la città e usavano spesso la pistola, il sindaco di Abilene nel Kansas, assunse con l’incarico di sceriffo, un personaggio famoso: James Butler Hickok, conosciuto come Wild Billy. Hickok era un tipico gunfighter, cioè un uomo che si guadagnava da vivere sfruttando la propria abilità con la pistola e il suo coraggio personale. Gli storici distinguono il gunfighter che affronta gli avversari faccia a faccia in un leale show-down, dal gunman, ovvero l’assassino prezzolato che uccide sparando alle spalle. Furono gunfighters diversi sceriffi e fuorilegge di frontiera come Wyatt Earp, John Wesley Hardin e Billy the Kid. Il Kid, secondo la leggenda, aveva commesso 21 omicidi, uno per ogni anno di età. Tra i famosi gunmen troviamo invece Pat Garrett, che come sceriffo uccise a tradimento proprio Billy the Kid, consegnando il suo nome alla storia e alla leggenda.

“Bloody Sam” e la sua versione del mito di Billy the Kid

Immaginate la scena: Bob Dylan in compagnia dello sceneggiatore Rudy Wurlitzer si recano in Messico per convincere Peckinpah a scritturare Dylan per una parte nel suo nuovo film. Giunti in tarda serata alla soglia dell’abitazione sentono uno sparo e scorgono una cameriera che fugge terrorizzata. Entrando sentono un ulteriore sparo, prima di trovare il regista nella sua stanza, mezzo nudo di fronte a uno specchio a figura intera spaccato. Aveva una pistola in una mano e una bottiglia di tequila nell’altra. Dylan e Peckinpah si scambiano qualche battuta e successivamente Wurlitzer spiega al regista che il cantautore vorrebbe partecipare al film su Billy the Kid. Inutile dire che Dylan rimane stregato dal fascino da fuorilegge di Bloody Sam, come veniva chiamato Peckinpah.

Riuscite a pensare a un regista più iconico di David Samuel Peckinpah? Se il nome non vi dice molto, pensate che si tratta dell’autore di film come The Wild Bunch, Getaway! Cane di paglia, The Ballad of Cable Hogue, L’ultimo buscadero, Voglio la testa di Garcia, La croce di ferro e Convoy. Un regista importante non solo per aver dato un’impronta significativa al Revisionist Western, quanto per la sua vena provocatoria, geniale e imprevedibile. Non a caso registi come Haneke, Von Trier, Campion e Lanthimos, ma i fratelli Coen, Tarantino e Malick, devono qualcosa (in certi casi molto) al regista di Fresno. Si fa fatica a citare gli attori, gli sceneggiatori e i direttori della fotografia che hanno collaborato con Peckinpah nel corso della sua carriera. Quattordici opere, di cui giusto dieci di grande successo e/o di forte impatto culturale, più un esordio come sceneggiatore non accreditato per L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel.

I suoi film utilizzavano una rappresentazione visivamente innovativa ed esplicita dell'azione e della violenza, nonché un approccio revisionista al genere western. Le opere di Peckinpah trattano del conflitto tra valori e ideali, nonché della corruzione e della violenza nella società umana. I personaggi sono solitari o perdenti che desiderano essere onorevoli, ma sono costretti a scendere a compromessi per sopravvivere in un mondo di nichilismo e brutalità. La personalità combattiva di Peckinpah, segnata da anni di abuso di alcol e droghe, ha influenzato la sua eredità professionale. La produzione di molti dei suoi film includeva battaglie con produttori e membri della troupe, danneggiandone la reputazione e la carriera, durante la sua vita. Potrebbe bastare questo per rendere Sam Peckinpah un autore di culto, ma c’è dell’altro di cui finora per una forma di ritrosia e di timore reverenziale non abbiamo parlato. Si tratta dell’esordio di un musicista nelle vesti di attore. No, non è James Taylor e nemmeno Johnny Cash, ma se vi cito Kris Kristofferson allora si potrebbe accedere una lampadina? Ora, trattare questo argomento significa bypassare tante cose importanti accadute tra gli anni Sessanta e i primi Settanta.

Tagliando la testa al gallo facciamo ancora un nome, necessario: quello dello sceneggiatore e scrittore Rudy Wurlitzer. Uno scrittore che veniva paragonato a Thomas Pynchon, che aveva già collaborato con Roger Corman e Monte Hellman. Non solo, aveva già scritto una sceneggiatura che prevedeva come attori cantanti e musicisti, tra cui proprio James Taylor. Il film è Two-Lane Blacktop che successivamente ispirerà Bruce Springsteen per la realizzazione di uno dei sui album più cinematografici e riusciti della sua carriera: Darkness on the Edge of Town. Disco non a caso giudicato una sorta di omaggio al western crepuscolare di Leone e Peckinpah. Wurlitzer, nativo di Cincinnati, Ohio, abitava a New York ed era diventato amico di un altro importante cantautore. Si trattava naturalmente di Bob Dylan e il resto a questo punto, è storia.

Nonostante il suo carattere non facile Sam Peckinpah ingaggia proprio Dylan per realizzare la colonna sonora del suo nuovo film che si girerà in Messico, nella città di Durango. L’avventura a Durango si intitola Pat Garrett & Billy The Kid, titolo cult per gli amanti del cinema e della buona musica. Storia incentrata sul rapporto di contrastata e tragica amicizia, che ha dato spunto a molti film spesso ben accolti dal pubblico. Ora nonostante Peckinpah fosse un cineasta controverso e raramente leggero, questa sua opera risulta tra le più accessibili della sua filmografia. Ritratto malinconico della fine di un’epopea leggendaria, ricca di nobili sentimenti. La vera grandezza del film sta nel fatto che si inserisce nel contesto del western revisionista di Arthur Penn e Robert Altman, dato che ne condivide la filosofia e la struttura estetica e formale. In Pat Garrett & Billy The Kid, la morte non è glorificata. È dappertutto, ed è davvero tragica, orribile.



Bob Dylan Soundtrack

“John Wesley Harding era un amico dei poveri, andava in giro con una pistola in entrambe le mani, aprì molte porte dappertutto nel Paese, ma non fece mai del male a un uomo onesto.” (B.D.)

Ho fatto questa doverosa premessa perché non ha alcun senso parlare della colonna sonora, senza un robusto riferimento cinematografico. Il disco forse è più conosciuto del film stesso ed è composto da dieci tracce, di cui due canzoni e sei brani strumentali. Una di queste canzoni, Billy, è ripetuta tre volte, mentre l’altra, Knockin’ on Heaven’s Door non ha bisogno di presentazione. Nemmeno a farlo apposta Rolling Stone ha stroncato questa operazione definendola “inetta, amatoriale e imbarazzante”. Arrivati a questo punto della retrospettiva dylaniana perdonerete il mio atteggiamento a volte sarcastico e sprezzante verso la critica musicale del tempo. Una critica che sovente manca di lungimiranza e di obiettività, aspetto che sarebbe fondamentale per un professionista, ma che oggi fa ridere e non poco. A questo bisogna inoltre aggiungere il fatto che queste parole siano state pronunciate da Jon Landau, che di lì a poco avrebbe “scoperto” un rocker e un autore come Bruce Springsteen! Ma questa è decisamente un’altra storia. Per chi volesse approfondire il discorso Pat Garrett & Billy The Kid, oltre a recuperare il bel film interpretato da James Coburn e Kris Kristofferson, mi sento di consigliare il bootleg Peco’s Blues. Questo disco (non ufficiale) contiene le sessioni complete realizzate da Dylan e restituisce l’integrità del progetto. È una vera chicca per completisti, ma vale la pena ascoltarlo almeno una volta, anche perché contiene una canzone altrimenti inedita.

Difficile esprimere un giudizio sulla colonna sonora, dato che perlopiù si tratta di brani strumentali che fanno da accompagnamento al film, mentre le due canzoni presenti sono entrambe notevoli e importanti per ragioni speculari. A parte il brano di apertura, Main Title Theme (Billy) mi piace ricordarne un altro. “Bunkhouse Theme”, una delle cose più dolci che Dylan abbia mai inciso. Il brano ha un aspetto sentimentale, una sorta di bellezza semplice, simile al barocco russo, che lo fa spiccare all’interno della colonna sonora e del repertorio dylaniano. Anche “Final Theme” è un pezzo incantevole, compiutamente bello e guidato dal flauto. Dove si staglia un lugubre coro di accompagnamento mortuario. Perché la soundtrack realizzata di Dylan è una sorta di requiem, per quello che non è stato, ma poteva essere. Piaccia o meno, nel corso del tempo ha guadagnato un proprio posto nella storia della musica popolare. Bisogna infine spendere qualche parola sul brano più celebre, la traccia numero sette di questo album. La canzone fu incisa lo stesso mese (gennaio ’73) in cui fu dichiarato il cessate il fuoco in Vietnam, ponendo fine al coinvolgimento degli USA in quel lungo conflitto. Un brano che si intona con lo stesso stato d’animo dell’America. Elegiaca, nel suo movimento discendente e perfetto, si tratta di un testo composto da due quartine più un ritornello, sempre uguale. Un motivo semplice da memorizzare, che ebbe non a caso grande successo, nel corso del tempo. Chi vi scrive è a conoscenza del fatto che in Italia in molti considerano la versione di Knockin’ on Heaven’s Door dei Guns ‘N Roses superiore rispetto all’originale di Dylan. Evito di esprimere un parere, anche perché viviamo in un mondo dove la conoscenza, la competenza e la capacità analitica non sempre sono considerate aspetti importanti e/o positivi. Ad esempio a Jon Landau dopo l’esperienza di critico musicale venne data una seconda opportunità come produttore di Bruce Springsteen. Questo significa che nella vita molte cose sono possibili, ma non tutte le cose. Landau, dopo aver sparato cazzate per anni sul rock, riuscì a riscattarsi, producendo dischi epocali ed epici come Born to Run, The River e Darkness on the Edge of Town.

Bob Dylan ha superato la delusione del flop di Pat Garrett & Billy The Kid e ha continuato a barcamenarsi tra dischi di mestiere e qualche raro capolavoro. Diciamo che a lui interessava entrare in contatto con un mondo che sentiva suo, come quello del western e del cinema d’autore. Dopo questa esperienza scriverà album ispirati a quel periodo come Desire, Knocked Out Loaded e molto tempo dopo Together Through Life e Tempest.

Ora per chi fosse interessato ad approfondire il legame tra Dylan e il mito dei fuorilegge e cow-boy, consiglio l’ascolto supportato dalla lettura dei testi del disco del 1967, John Wesley Harding. Si tratta di un lavoro che la critica dell’epoca ebbe difficoltà a inquadrare, ma che a distanza di cinquant’anni possiamo considerare come uno dei dischi più riusciti e concept del cantautore nordamericano. Naturalmente non è un album rock né tantomeno psichedelico. Non regala nemmeno grandi momenti di energia, pur contenendo su due classici dylaniani come All Along the Watchtower e I’ll Be Your Baby Tonight. Brani che sono stati ripresi da artisti come Jimi Hendrix, Robert Palmer, Linda Ronstadt ed Emmylou Harris. Dylan tesse questo allegorico arazzo del fuorilegge che prende le armi contro il mondo degli uomini e delle idee, cercando redenzione e libertà; alla fine trova la salvezza tra le braccia del suo vero amore, così come in Knockin’ on Heaven’s Door lo sceriffo aiutante di Pat Garrett, trovava invece la morte.

Purtroppo anche Sam Peckinpah trova la morte, quasi come un personaggio di uno dei suoi film, il 28 dicembre 1984. Per fortuna prima che il suo “pupillo” tornasse al cinema con il disastroso Hearts of Fire diretto da Richard Marquand e interpretato da Rupert Everett e Fiona Eileen Flanagan.

Testo a cura di Dario Greco

N.B. - Uno speciale ringraziamento ad Alessandro Aloe per la consulenza storica.

 

Il cambio di guardia dylaniano: Street-Legal



Un fallimentare cambio di guardia per Bob Dylan in piena esplosione punk

"C'è un leone sulla strada, c'è un demone sfuggito, ci sono un milione di sogni passati, c'è un panorama rapito. Mentre la sua bellezza si nasconde e la vedo togliere le tende, non vorrei, ma poi ancora, forse posso. Oh, se solo potessi trovarti stanotte."

Anche per un Forever Young come Dylan arriva il momento della maturità. Street-Legal è infatti il suo 18esimo disco in studio, pubblicato il 15 giugno 1978. Per chi vi scrive si tratta di un album particolare, per cui ha sempre provato affetto e condiscendenza. Voglio dirlo esplicitamente: amo Street-Legal, per ragioni che tenterò di eviscerare in questo commento retrospettivo.
Secondo un modo di pensare convenzionale, è più semplice scrivere di argomenti che ci appartengono e che ci stanno maggiormente a cuore. Ritengo sia un luogo comune da sfatare. Detto ciò, tenterò di risalire la china e darvi un punto di vista personale di questo disco.

Difficile perché nonostante siano trascorsi più di 43 anni dalla data di pubblicazione, critica e pubblico restano ancora divisi. Bisogna sottolineare come vi sia, in questo caso, una distanza netta tra il punto di vista del pubblico europeo e quello nordamericano. Per tanto tempo si è detto che questo disco per tematiche musicali e testuali è più vicino allo spirito e al modo di essere di noi latini. Sarà anche vero, dato che io ci sento dentro davvero tante anime ed energie; soprattutto la voglia da parte dell' autore di realizzare qualcosa di nuovo e di diverso, con un bel passo audace e prorompente. Artisticamente parlando gli ultimi prodotti erano stati tra i migliori del decennio, con un Dylan tornato prepotentemente in corsa.

Come sempre si scatena la gara all'interpretazione critica di messaggi cifrati, dato che in questa particolare occasione le liriche risultano estremamente criptiche, anche rispetto agli elevati standard di un artista come il Nostro. Tuttavia ciò la cosa che lascia perplessi e un po' straniati è il tentativo estremo da parte della critica, la quale vorrebbe interpretare i testi di questo Dylan del '78 come quelli di un misogino rancoroso e risentito verso il gentil sesso. Quasi l'esatto opposto rispetto a quel "poeta stilnovista" che da più di 15 anni aveva idealizzato la figura e il proprio universo femminile. Immancabile l'intervento del puntale Greil Marcus, sempre pronto a lanciare la prima pietra, per via di un testo che allude alle mansioni e a quello che dovrebbe fare il personaggio femminile in Is Your Love in Vain?

Chi vi scrive ha tentato di analizzare il testo in senso metaforico e letterale, e non ha trovato nulla di strano, distorto e incoerente con la poetica gentile e romantica che l'autore ha portato avanti per lunghissimo tempo. Possiamo quindi dire che verso questo disco vi sia autentico livore e accanimento, un po' voluto, un po' casuale, forse. Il 1978 è un anno fondamentale per la musica pop. Elvis Presley era morto da pochi mesi, nello stesso tempo c'era stata la prima ondata punk rock che si era abbattuta sugli States, come era già avvenuto più di dieci anni prima con la British Invasion. Non solo, era il momento di altri cantautori che più o meno si ispiravano dichiaratamente a Bob Dylan con l'intenzione di detronizzarlo dalla propria leadership. Erano emersi autori come Tom Waits, Bob Seger, Patti Smith, Tom Petty e ancora di più, erano gli anni di massimo splendore di Bruce Springsteen.

Il cantautore del New Jersey durante i suoi esordi era stato più volte accostato e paragonato a Dylan, ma adesso stava accadendo qualcosa di diverso. Complice l'utilizzo del sax, con interventi a opera di Steve Douglas, il sound di Street-Legal era stato accostato a quello di Springsteen e del suo fedele sassofonista, Clarence Clemons. In effetti prima di allora Dylan non aveva mai pubblicato un disco con la presenza fissa di un sassofono. Questo è un fatto insindacabile. Tuttavia l'utilizzo di fiati e ottoni aveva caratterizzato alcune prove precedenti come quella di Blonde on Blonde e di Self Portrait.

Oggi abbiamo scoperto che una sezione fiati era stata utilizzata anche per New Morning del 1970, poi messa da parte a favore di una soluzione più essenziale degli arrangiamenti. Però l'analogia tra il sound di Bruce Springsteen e quello di Street-Legal si interrompe qui. Non serve un professore di musica, né un sassofonista per notare che la struttura dei brani, l'uso del sax e altro ancora non ha punti di contatto tra Dylan e Springsteen, specialmente perché quel genere di suono e di stile non è stato creato nel New Jersey, ma deve la propria origine a cose arrivate ben prima della pubblicazione di Greetings from Asbury Park, NJ del 1973. Poco prima c'erano state le intuizioni di altri artisti come Rolling Stones, ma soprattutto come Van Morrison.

Morrison infatti ispirandosi al sound di artisti black aveva preso a piene mani dalle etichette Atlantic e Stax, ispirandosi ad alcuni leggendari performer e a sezioni fiati che valorizzavano il sound del sassofono, unito a quello del pianoforte e dell'organo Hammond B3. Tutta questa digressione mi è utile per dire che il suono che stava cercando di ottenere Dylan da questo album virava verso la black music. Non era ancora arrivato però il tempo di fare un'inversione di marcia e puntare dritti ai Muscle Shoals Sound Studio di Sheffield, Alabama.

Questa volta Dylan sarebbe inciampato in una registrazione californiana, dove però la sua ricerca di un nuovo sound avrebbe prodotto un disco davvero agile e ricco di sfumature, tra il blues e il soul, con una presenza di cori femminili e tutto quello che serviva in termini di energia e spinta della sezione ritmica, delle percussioni e delle tastiere. Questo disco è stato per lungo tempo criticato e messo alla gogna per il suo suono. Oggi grazie alla possibilità di ascoltare il remix di Don DeVito, realizzato nel 1999, abbiamo una pulizia dei suoni che ci fa intuire a cosa stava mirando Dylan. Per non parlare di alcune canzoni che all'epoca non vennero capite né valutate per il loro reale potenziale.

Si tratta di materiale come Changing of the Guards, No Time to Think, Baby, Stop Crying, ma soprattutto di Senor (Tales of Yankee Power) e della conclusiva, dolonte e maestosa Where Are You Tonight? (Journey Through Dark Heat). Brani che dicono tanto di questo disco frainteso, che a distanza di 40 anni possiamo riposizionare dove è giusto che stia. Appena un passo dietro i grandi classici, ma in una posizione di rilievo tra gli appassionati di buona musica, di chiunque abbia una passione per il rock blues e quel genere di sound urbano, sanguigno e pulsante, che a partire da Elvis e Orbison, tira dritto verso gli Stones, gli Animals, Van Morrison e Santana. Dylan che già in passato si era tinto le mani e il viso di nero, stavolta si cala completamente nella black music e affiora con grande consapevolezza, tanto che lo step successivo sarà proprio quello di farsi produrre da Jerry Wexler e Barry Beckett. Se vi pare poco!

Signori, disse lui, non ho bisogno della vostra organizzazione, ho lustrato le vostre scarpe. Ho smosso le vostre montagne e segnato le vostre carte, ma il paradiso è in fiamme, o vi preparate ad essere eliminati oppure i vostri cuori devono avere il coraggio per il cambio della guardia.

Dario Twist of Fate

Rough and Rowdy Ways: un Dylan ruvido nell’era dei Millenials



E’ un Dylan diverso quello che torna a calcare le scene. Fermamente convinto del fatto che ogni sette anni il nostro corpo possa mutare, l’Autore si presenta con un pugno di canzoni durante l’ora più buia. Ad attenderlo, manco a farlo apposta sono davvero Rough and Rowdy Times. Già il tempo, i tempi: chi meglio di un artista con una carriera alle spalle lunga mezzo secolo, potrebbe giocare con il tempo, con lo spazio? Bob Dylan aveva scritto queste canzoni presumibilmente prima dell’emergenza da Covid-19, specialmente prima che l’America tornasse a bruciare. Ed è strano non abbia citato, in un disco dove c’è tanto cinema l’Orson Welles che parlando dell’antica Roma elogiava le qualità dell’orchestra di Nerone, che suonava magnificamente, mentre il mondo intorno bruciava. Non sappiamo se Dylan sia un appassionato di Paolo Sorrentino e della sua Grande Bellezza, ma ricordiamo di certo la sua passione per Fellini e per Claudia Cardinale. Canzoni che inneggiano alla satira, come i classici greci prima, latini poi. La gente diceva che era una spugna; lui si definiva uno spedizioniere musicale per il quale i diritti di proprietà erano provvisori, scriveva Daniel Mark Epstein in "The Ballad of Bob Dylan".

Rough and Rowdy Ways ha un titolo che fa il verso, strizzando l’occhio a uno dei suoi dischi meno apprezzati dalla critica: Street-Legal. Altro contesto, altra epoca. Street-Legal usciva in piena esplosione punk e new wave; giustamente non venne capito, né apprezzato, se non a distanza di tempo. Era un lavoro enigmatico e oscuro, proprio come questo Rough and Rowdy Ways: comune denominatore è l’energia, in quel caso legata alla crisi matrimoniale, stavolta invece più spirituale, trascendentale. Per certi versi questo disco segna un ritorno, a distanza di otto anni dall’ultimo lavoro autografo: Tempest del 2012. Nella sua lunga e sterminata produzione in studio, lo spedizioniere musicale Bob Dylan non si era mai fermato così a lungo. L’ultima lunga pausa, come autore di canzoni, era stata proprio negli anni novanta, quando dopo Oh, Mercy e il meno importante Under the Red Sky, era tornato a incidere brani tradizionali e cover. Ci fu poi il ritorno con Time Out of Mind, lavoro che di fatto riaccese la miccia della creatività, da cui arrivarono in successione quattro nuovi lavori, tutti di livello medio-alto. Quasi dei capolavori, sicuramente dei classici contemporanei. Alla sua maniera. Ed era tanto che non scriveva e non raccontava storie con un taglio così evocativo, ispirato: dichiaratamente cinematografico. Difficile e dispendioso citare tutti i rimandi e annotare tutti i nomi contenuti in questo pregevole ritorno discografico. Di certo balza agli occhi un richiamo all’horror, al gotico nordamericano. Poe e Lovecraft, ma per restare nell’ambito dell’immaginario pop, Dylan parla il linguaggio della Hollywood classica, tirando in ballo Al Pacino e Marlon Brando, Indiana Jones e Nightmare, Boris Karloff e American Graffiti, Marilyn Monroe, Elvis Presley e Frank Sinatra, Woody Allen, Buster Keaton e Bob Fosse, riportando tutto a casa, compreso il mito, includendo i poeti e gli eroi, includendo la propria esperienza e questo scomodo fardello.

Shakespeare, he’s in the alley, ma è una tragedia ancora una volta filtrata attraverso uno schermo cinematografico, come nella pellicola del 1953 di Joseph L. Mankiewicz, con Marlon Brando e James Mason. L’atmosfera ricorda anche una vecchia pellicola di Vincent Price, mentre aleggia il fantasma di Robert Mitchum in The Night of the Hunter. Spirit on the water! Spettri, trascendenza e oscurità. Il baratro, così come la fine, è prossimo. Conduce però non in un luogo allegorico, ma semplicemente al Black Horse Tavern di Armageddon Street.

 

 

 

 

 

Oggi più che mai è davvero facile riavvolgere il nastro e far partire un brano a caso, una volta ho visto un film che parlava di un uomo che attraversava il deserto ed era interpretato da Gregory Peck. Veniva ucciso da un ragazzo assetato di gloria che cercava di farsi un nome. Tutto ciò avviene prima di giungere dalle parti di Key West, girando la manopola di una vecchia radio valvolare analogica. Ironia della sorta, Dylan citando stazioni radio pirata lontane nel tempo e nella memoria ci riporta alle suggestioni di In the Days Before Rock ‘N’ Roll, brano di Van Morrison dove comparivano proprio le frequenze di Luxembourg e Budapest. E’ come se ci fosse la piena volontà di trascinare sulle spalle o solo nella memoria, tutto ciò che è stato, capace di viaggiare leggero, come una piccola valigia, portando dietro tutte le cose importanti e anche quelle futili. C’è l’idea di America e di Occidente, c’è la voce di una Nazione, oppure no. C’è un riferimento alla Terra di Oz, ma anche ai presidenti degli Stati Uniti che Dylan ha conosciuto e attraversato, forse con indifferenza, più probabile con piena coscienza. Non è certo casuale il riferimento a Ginsberg, Corso e Kerouac, le maggiori voci della Beat Generation. Senso di appartenenza? Probabilmente. In un disco che fa della citazione la sua arma prediletta, è necessario menzionare almeno Billy “The Kid” Emerson e Jimmy Reed, così come Louis Armstrong e Bud Powell. Non può mancare un riferimento alla Sacra Bibbia, immancabile totem dylaniano. Sceglietelo da voi però il salmo che preferite. Solo un suggerimento: visti i tempi evitate il Libro della Rivelazione. I opened my heart to the world and the world came in.

Rough and Rowdy Ways: focus on the tracks

My Own Version of You è una delle tre gemme prezioso di questo disco. Il passo è sinuoso ed elegante: una nuova, audace, Ain’t Talkin'. Più aggraziata, meno sentenziosa e definitiva. Quasi a dare lo start al disco, dopo una falsa partenza e un blues-stomp ingannevole e fuorviante. Il testo è esemplare, un affresco che trasuda un gusto per il gotico. Un vero e proprio racconto in prima persona, davvero simile a quelli a cui ci aveva abituato negli anni sessanta e settanta. Un ennesimo ritorno con impeccabile e implacabile sagacia. Un Bob Dylan sardonico e mefistofelico, a metà tra Poe, Lovecraft e Mary Shelley. Un nuovo classico?

Black Rider è un altro brano capolavoro, sia da un punto di vista stilistico che formale. A metà tra un racconto di Italo Calvino e il Cavaliere Nero di Proietti. Ricorda per certe atmosfere e intarsi di chitarra il Leonard Cohen andaluso e il Tom Waits più teatrale e oscuro.

Key West (Philosopher Pirate) è un pezzo dedicato alla città della Florida dove il regista Joe Dante aveva ambientato uno dei suoi film più ispirati, Matinée, pellicola del 1993, che si svolgeva durante la crisi dei missili di Cuba dell’ottobre 1962. Dylan descrive questo posto come una specie di paradiso in terra attraverso un ispirato e poetico flusso di coscienza dove trovano spazio anche i poeti beat Ginsberg, Corso e Kerouac. La melodia fa pensare subito a The Band e alla fisarmonica di Garth Hudson, ma anche al Tom Waits di Cold Cold Ground. “Key West è il posto migliore dove trovarsi se si cerca l’immortalità, Key West è il paradiso divino. Se hai perso il senno, lo ritroverai là. Key West è sulla linea dell’orizzonte”. Un pezzo che da solo vale il disco, se non fosse che stiamo parlando di uno degli album più ispirati di Bob Dylan degli ultimi 30 anni.

Dario Greco, blogger

 

The Basement Tapes (1975)



The Basement Tapes and The Bootleg Series Vol. 11 (1975)

"L'idea era di registrare dei demo per altri artisti. Non sono mai stati concepiti per essere pubblicati, per diventare un disco, per essere presentati al pubblico". Fortunatamente Robbie Robertson ci conferma ciò che appare evidente dopo l'ascolto di questo doppio disco pubblicato per la prima volta il 26 giugno 1975. Otto dei 24 brani sono eseguiti da The Band, senza Dylan, ma bisogna tenere un altro numero ben più imponente e voluminoso, per questa raccolta che conta 139 tracce complessive. Le registrazioni risalgono però al periodo che va da giugno 1967 al 1968. Successivamente verranno eseguite delle sovraincisioni durante il 1975. La gestazione di questo disco non è quindi molto omogenea, così come la scaletta. Le composizioni sono di Dylan, Robbie Robertson, Richard Manuel e Rick Danko, alcune delle quali scritte in collaborazione a quattro mani. Il materiale include almeno 4-5 brani che entreranno di diritto nella storia della musica popolare, ma la cosa più importante, in termini di documento storico è come avvengono le sessions e le prove. Resta da dire che non si può parlare di un vero lavoro in studio, ma che sarebbe riduttivo dire che si tratti di semplici provini, visto anche il valore e l'intensità con cui vengono eseguite. Purtroppo le registrazioni e l' acustica della cantina renderanno il suono decisamente lo-fi, ma se il disco viene ascoltato oggi il problema non sussiste, dato che spesso la musica viene spesso prodotta in modo simile, anche se la tecnologia ha fatto passi in avanti, naturalmente.

Escludendo il primo triennio (1962-1964) più qualche occasionale ripensamento, Bob Dylan ha scritto, inciso e pubblicato dischi supportato da una band elettrica o comunque elettro-acustica. Nonostante abbia pubblicato solo 6 album su 39 con questo tipo di line-up per moltissimi lui sarà sempre una voce folk, un menestrello armato di chitarra acustica e armonica pronto a regalare note emozioni e nuove canzoni al mondo. Questa premessa obbligatoria ci conduce nella cantina più famosa degli anni sessanta. Perlomeno per un certo tipo di pubblico affascinato dal fenomeno crescente del folk rock. Di quel genere musicale che oggi abbiamo imparato a chiamare Americana. The Basement Tapes sono una mappa alternativa, cartina tornasole di un gruppo che stava muovendo i primi passi e di un autore già celebre e incensato alla ricerca di ispirazione di un nuovo sound del groove con cui prima o poi sarebbe tornato a far parlare di sé. Ufficialmente queste registrazioni risalgono al periodo 1966-1967 ma il disco venne pubblicato dalla Columbia Records solo durante l' estate del 1975. Bob Dylan all' epoca era già tornato sia in studio che dal vivo, prima con "The Band" e successivamente con un altro nucleo di musicisti che lo avrebbero accompagnato in studio e nelle esibizioni live di quel carrozzone noto come Rolling Thunder Revue. Le canzoni e le registrazioni, eccettuate alcune sovraincisioni che fecero più danno che altro, risalgono quindi a circa 8 anni prima. E questo non è certo un elemento trascurabile per un artista sfuggente e mutevole come il Nostro.

La qualità è rozza, cruda, l'approccio diretto, spontaneo e inconsapevolmente lo-fi. In maniera libera e informale prende vita un ritratto totale della cultura americana, attingendo da ogni vena pulsante della storia della musica degli States. Qui respiriamo l' aria di pianure sterminate, dei deserti e sentiamo gli odori della terra, dei fiumi, percependo infinite sfumature cromatiche di questo luogo infinito. I testi si ispirano gioco-forza a quell' America rurale, entrando nelle viscere di personaggi che sono al contempo santi e peccatori, prostitute e vergini, amanti del vizio alla ricerca della salvezza dell'anima. Il fatto che Bob Dylan e The Band si siano chiusi a fare questa musica arcana e blasfema mentre il mondo sta andando a ferro e fuoco, è un dettaglio da non trascurare. In effetti ascoltando bene tra le tracce, qualcosa si avverte anche. Tears of Rage, You Aint' Goin' Nowhere, This Wheel's on Fire e I Shall Be Realesed (che tuttavia non sarà inclusa nel doppio album, ma pubblicata separatamente prima da The Band e poi dallo stesso Dylan.) sono figlie illegittime di questi tempi turbolenti e solo per alcuni mitizzati e ancora oggi celebrati come una stagione irripetibile. Nota a parte per il brano I’m Not There, pubblicato ufficialmente solo nel 2007 come colonna sonora dell’omonimo film ispirato alle molte vite di Dylan e diretto dal talentuoso e visionario regista statunitense Todd Haynes (ma della pellicola e della colonna sonora vi parlerò in maniera estesa in un post a parte, più in là nel tempo).
Non tutto il lavoro verrà però svolto invano, visto che The Byrds, Peter, Paul and Mary e soprattutto i britannici Manfred Mann sapranno valorizzare questo materiale. Personalmente ho sempre apprezzato molto un brano come Goin' to Apaculpo o lo stesso Million Dollar Bash, mentre il valore di Quinn the Eskimo (Mighty Quinn) è certificato dal primo posto di questo singolo nelle classifiche UK, nella versione dei Manfred Mann.

Che dite, ne valeva la pena raccogliersi in uno scantinato con un gruppo di amici, cane sdraiato sul pavimento a fare da groupie casuale?

A rendere giustizia a queste takes ci penserà il tempo e la storia, visto che nel 2014 viene pubblicata la compilation di registrazioni edite, inedite, nastri demo e versioni alternative che troverete su The Bootleg Series Vol.11: The Basement Tapes Complete. Se posso suggerirvi, vi consiglierei di recuperare direttamente questa versione delle incisioni, se non siete dei completisti anche in versione RAW a due compact disc. Trentotto tracce che fanno da mappa riduttiva rispetto alla versione completa da 139 tracce e 6 cd.

Dario Twist of Fate

Fallen Angels (2016)
 
 
 
 Fallen Angels, secondo capitolo dell'omaggio di Bob Dylan al Great American Songbook è una sorprendente raccolta di classici della canzone americana popolare che ricalca a grandi linee il manifesto programmatico a cui avevamo assistito due anni prima, con il predecessore Shadows in the Night. Trentasettesimo lavoro in studio, registrato con la stessa band che lo accompagna dal vivo, più l'aggiunta del chitarrista Dean Parks, per irrobustire la line-up, propone una selezione di dodici brani, undici dei quali erano stati in precedenza registrati e pubblicati da Frank Sinatra. L'eccezione è rappresentata da uno dei brani più coinvolgenti di questo disco: la traccia numero cinque, Skylark. Questo brano è una composizione a firma di Johnny Mercer e Hoagy Carmichael, del 1941.
 
 Carmichael deve la propria fama a brani come "Stardust", "Georgia on My Mind", "The Nearness of You", "Heart and Soul" e “Baltimore Oriole”, brani scritti principalmente durante gli anni quaranta. Dello stesso co-autore di Skylark è anche il brano That Old Black Magic, firmato da Harold Arlen e Johnny Mercer. Per sfatare il luogo comune secondo cui Fallen Angels non rappresenterebbe una importante produzione all'interno della discografia di Bob Dylan, vorrei citare la recensione di Mat Snow, il quale sulle colonne di Mojo sostiene come Dylan in queste registrazioni ci consegni una specie di memoriale sentimentale, le quali apparentemente non hanno niente in comune con le sue canzoni elettrizzanti e moderne ma ben radicate in alcune composizione come Moonlight, Spirit on the Water, Soon After Midnight o Life is Hard.
 
 Sembra scontato, eppure questo disco si fa notare per la bellezza e la limpidezza degli arrangiamenti, per la qualità della produzione e per la voce sempre più presente e dinamica, visto il materiale che va a trattare.
 
 Andy Gill su The Independent ha scritto, "il tocco sobrio e la pastosa chitarra pedal-steel di Donnie Herron impongono uno stato d'animo country morbido ma colloquiale dietro l'elegante e stanco canto di Dylan". Allo stesso modo, Jim Farber di Entertainment Weekly ha scritto: "Dylan si posa su queste parole con ironica delicatezza. La sua voce può essere roca e danneggiata da decenni di esibizioni, ma c'è bellezza nel suo carattere. Offrendo una interpretazione compassata di queste canzoni d’amore perduto e di passione ardente la malinconia dell'esperienza". Helen Brown nella sua recensione (dopo avergli assegnato cinque stelle) per The Daily Telegraph ha elogiato le capacità vocali di Dylan nell'album, affermando: "Anche se alcune persone hanno sempre sostenuto che Dylan "non sa cantare", la verità è che, come Sinatra, ha sempre avuto un talento straordinario per trasmettere un testo. Qui lo vediamo muoversi con disinvoltura sui versi di Johnny Mercer".
 
 Per farla breve Fallen Angels è come una lezione di storia rilassata con tanti colpi di scena enigmatici che sovverte gli archetipi del romanticismo, dell’eroismo e delle connessioni interpersonali per rivelare qualcosa di più sinistro sulle intenzioni umane, il tutto racchiuso in una bellissima musicalità di primissimo ordine.
 
 Non è così scontato per Bob Dylan realizzare suonare e cantare un lavoro così coeso, sobrio, concentrato e dinamico. Una sfida vinta a mani basse, con un repertorio solo apparentemente e superficialmente distante dalle sue corde. Sicuramente più significativo di tanti album pubblicati dai suoi colleghi maggiormente dotati come Willie Nelson, Rod Stewart, lo stesso Van Morrison o Linda Ronstadt.
 
 Da veri appassionati del genere non possiamo non citare almeno i titoli di brani come "Polka Dots and Moonbeams", "All the Way", "All or Nothing at All", "That Old Black Magic" e la conclusiva ed eterna "Come Rain or Come Shine". Prodotto da Bob Dylan con lo pseudonimo di Jack Frost, questo disco è stato realizzato tra il 2015 e il 2016 nei Capitol Studios di Los Angeles ed è stato pubblicato per Columbia Records il 20 maggio 2016.
 
 Il pregiudizio verso questa operazione Sinatra lo delegittima rendendolo un disco difficile da scovare per chi non rientri nella categoria dell'appassionato del genere e del completista. Da rivalutare e riascoltare. Non a caso la rivista musicale Mojo lo inserisce tra i migliori 50 dischi del 2016, dove occupa la posizione numero 20. Giudizio che ci sentiamo di condividere e sposare in toto.
 
 Dario Twist of Fate

Good as I been to You - World Gone Wrong (1992-1993)

  

Per analizzare in modo strutturato gli album folk e tradizionali pubblicati da Bob Dylan durante i primi anni novanta bisogna fare prima qualche passo indietro. Per una maggiore comprensione della sua vicenda artistica, della scena musicale turbolenta e fertile, di quel decennio appena iniziato, ma che già aveva mostrato vento di cambiamento. In effetti c'era stato più di uno squillo da parte delle nuove leve musicali e di una generazione che si sarebbe presa con autorevolezza le luci della ribalta.

Bisogna partire proprio da quel programma televisivo di enorme successo e impatto che fu appunto l'Unplugged, ma anche lo stesso palinsesto di MTV potrebbe aiutarci a compiere una ricognizione efficace e polifonica. Dire che Bob Dylan alla soglia del nuovo millennio era un artista senza più molto da dire è un luogo comune da sfatare con ogni mezzo, legale e illegale. Stiamo parlando di un autore e di un interprete che aveva influenzato almeno una generazione di autori ora maturi e imposti sul mercato discografico, i cui prodotti di grandissima qualità erano destinati a durare nel tempo. Si pensi ad esempio a gente come Tom Petty, che raccolse proprio a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta il testimone, così come lo stesso Bruce Springsteen, Tom Waits, ma anche i Pearl Jam e in special modo Eddie Vedder, proprio come Bono Vox degli U2. Gli U2 nel 1988 resero omaggio alla musica statunitense che li aveva ispirati, nella loro lunga cavalcata verso il successo planetario. Senza soffermarsi troppo sul singolo artista, band o chitarrista, il lascito di Dylan era evidente e influente. Basti citare un singolo successo dei Guns ‘N’ Roses come la rilettura di Knockin' on Heaven's Door, brano che porta la formazione capitanata da Slash e da Axl Rose ai vertici delle classifiche e dei gradimenti di un pubblico stratificato ed eterogeneo.

Eppure Bob Dylan non veniva certo da un decennio facile e ricco di successi e gratificazioni discografiche. È vero che aveva prodotto e pubblicato durante gli anni ottanta due dei suoi album migliori e di maggior successo come Infidels del 1983 prodotto da Mark Knopfler dei Dire Straits (altra band profondamente ispirata e in debito nei confronti di His Bobness) e soprattutto il più recente successo di Oh, Mercy prodotto stavolta dal mago del suono (U2, Robbie Robertson, Peter Gabriel) Daniel Lanois. Il polistrumentista canadese aveva infatti stravolto e modernizzato gli arrangiamenti delle canzoni di Dylan, aiutandolo e dirigendolo verso una nuova visione di consapevolezza e di brillantezza essenziale del sound. Dylan negli anni ottanta sembrava sempre più perso e arroccato sulle proprie convinzioni. A detta della critica non era altro che un ferro vecchio del rock e del folk. Nessuno acquistava e ascoltava più la sua musica, in un decennio dove il concetto fatalista dell'usa e getta aveva preso il sopravvento. Del resto fu un decennio per niente facile per le vecchie glorie della musica d'autore, come possiamo vedere dando uno sguardo ad artisti come lo stesso Neil Young, Van Morrison e altri. In particolare però Dylan era colpevole di un delitto capitale: aveva pubblicato almeno due album nella seconda metà degli anni ottanta che la critica e il pubblico aveva salutato come i suoi peggiori lavori dai tempi di Self Portrait. Come sempre la storia e il tempo sono galantuomini, ma anche tra il suo zoccolo duro di sostenitori questi dischi non erano affatto piaciuti.

La resurrezione però ancora una volta è dietro l'angolo. Proprio nell'anno peggiore, quello in cui diede alla stampe il fiacco Down in the Groove, dove anche i critici e il pubblico più affezionato salva forse 2-3 canzoni, come la pimpante e allegra "Silvio", Dylan torna alla luce e lo fa con quello che gli riesce meglio da quando si è imposto nei circuiti folk newyorkesi dei primi anni sessanta: torna a esibirsi dal vivo con una certa continuità e autorevolezza. Non che prima fosse fermo, anzi, era reduce da almeno due tour con band che rispondono ai nomi di Tom Petty and the Heartbreakers e dei Grateful Dead di Jerry Garcia. Circola in questo periodo un bel live su Youtube di un Dylan in spolvero che divide il palco con Garcia & Co. Oh, Mercy e in parte Under the Red Sky, il sequel del 1990, bilanciano quindi gli insuccessi di Knocked Out Loaded e di Down in the Groove, ma c'è un problema. E non è affatto un dettaglio da poco. A Dylan, autore tra i più imponenti degli ultimi 25-30 anni mancano ora le canzoni, o meglio i pezzi giusti per restare a galla, vendere qualche disco e continuare a esibirsi in concerti e festival.
A questo punto l'idea appare chiara. Un ritorno alle origini di menestrello e di folksinger. Del resto non era forse lui il Wonder Boy degli anni sessanta, il principe della scena newyorkese che si impose al pubblico e convinse il grande talent scout John Hammond a metterlo sotto contratto con la Columbia Records? Era lui e ogni tanto forse gli piace ricordarselo. Con questi due album che non contengono nessun brano autografo, ma che si avvalgono di nuovi e squillanti arrangiamenti, Bob Dylan torna alle atmosfere pacate e acustiche dei suoi esordi. I dischi forse non sono dei capolavori, ma basta ascoltare anche solo i brani scartati, gli outtakes che verranno pubblicate nel tempo per stabilire le giuste gerarchie su chi sia ancora una volta il principe e il maggior interprete della scena folk e tradizionale Made in Usa. Basta ascoltare il brano Mary and the Soldier contenuta nel Bootleg Series Vol. 8 - Tell Tale Signs per capire chi resta uno degli interpreti più efficaci in termini di Contemporary folk music. Oppure per chi non concepisce e non digerisce i dischi dedicati al Great American Songbook, consiglierei di recuperare la sua versione di You Belong to me, la classica ballata romantica, portata al successo da Ella Fitzgerald, Patti Page e Dean Martin. Il brano eseguito da Bob Dylan e presente nella colonna sonora del film di Oliver Stone è una outtakes di Good as I Beene to You del 1992. Oggi, a distanza di quasi 30 anni, possiamo facilmente affermare come World Gone Wrong e appunto il sopra citato Good as I Beene to You siano qualcosa in più che esercizi di stile o dischi di livello accettabile. Sono una testimonianza di un artista che decide quale strada seguire, contro i propri interessi commerciali, contro quello che le radio e il sistema discografico imponeva. C'è chi in quegli anni si era permesso il lusso di "consigliare" a Dylan di ritirarsi. Bene, a distanza di 29 anni Dylan continua a fare la sua musica per il suo pubblico, senza compromessi e senza bisogno di chiedere permesso e scusa a nessuno.

A questo punto vi pongo la domanda che Soffia nel Web: chi era il vero artista grunge negli anni ‘90?

Dario Twist of Fate

Bob Dylan (album omonimo, 1962)
 

 
 Nessuno, forse nemmeno il grande talent scout John Hammond poteva prevedere quello che sarebbe accaduto, in chiave retrospettiva dopo quel 1962.
 
 Eppure è proprio da questa data, 19 marzo 1962 che bisogna iniziare, se si vuole ripercorrere in maniera coerente e completa la vicenda artistica di Bob Dylan. Dai primi timidi tentativi di scrittura, che sono appunto contenuti in questo esordio. I brani autografi sono due: Talkin' New York e soprattutto Song to Woody, dedicata proprio al suo mito, Woody Guthrie, la principale fonte di ispirazione per questo acerbo cantautore. Eppure nel disco si sente anche altro, inclusi brani che faranno da lì a breve la fortuna dei loro esecutori. Pensiamo ad esempio a un pezzo come House of the Risin' Sun, che di lì a breve avrebbe fatto la fortuna di Eric Burdon e dei suoi Animals. Ci sono poi altre canzoni che meritano una citazione e una analisi più approfondita, come ad esempio Baby Let Me Follow You Down, brano tradizionale, come lo era anche House of Risin' Sun, arrangiato da Eric Von Schmidt, che resterà però appiccicato a Dylan per lunghissimo tempo.
 
 Che dire di You're No Good? Brano che di fatto rappresenta il primo vero approccio che si possa fare in maniera filologica con la musica di Bob Dylan. Il pezzo che apre il disco è una composizione di Jesse Fuller e mostra tutte le fragilità e le speranze di questo giovane chitarrista e interprete che aveva fatto tanta strada per arrivare in quel di New York per coronare il suo sogno di musicista. Certe volte la vita è davvero strana, come racconterà molto tempo dopo nel suo mirabile memoriale, Chronicles - Volume Uno.
 
 Dylan arriva a New York City in un freddo mattino d'inverno del 1961, per farsi strada tra le amicizie e i salotti radical-chic del Café Wha, del Gerde's Folk City e del Gaslight.
 
 Bastano dunque due sessioni di registrazioni che daranno vita a 36 minuti e 54 secondi di musica, per questo importante esordio per la musica d'autore nordamericana. Eppure in quel 1962 tutto questo sarà riservato davvero a pochissimi fruitori. Il disco infatti, pur avvalendosi di una etichetta importante come la Columbia non venderà moltissimo prima del 1964, quando però il fenomeno Dylan sarà già esploso a livello mediatico specialmente negli Stati Uniti. Arriverà alla 13esima posizione nel Regno Unito, tre anni dopo la sua pubblicazione. Nemmeno la critica musicale gli riserva un trattamento di favore, ma non sarà l'unica volta in cui un nuovo disco di Bob Dylan verrà rivalutato a distanza di tempo. Del resto questa è la condizione che un musicista imperfetto e personale deve imparare a gestire. Bob Dylan non ha mai convinto tutto il pubblico e la critica, non è un cantante perfetto, né un chitarrista eccezionale, ma sopperisce con la personalità, il gusto e il carisma innato, queste carenze congenite.
 
 Il suo disco d'esordio, ascoltato oggi, costituisce un modello di paragone importante, rispetto a quello che avrebbe realizzato nel tempo, alla sua maturità artistica, vocale e musicale. Eppure è davvero incredibile non soffermarsi sui tratti distintivi e sulle qualità di questo esordio. Non sappiamo bene se il merito sia da spartire con chi gli aveva insegnato gli arrangiamenti di certi brani, fatto sta che oggi tutti quei nomi sono solo ricordi sbiaditi, mentre la stella di Dylan splende nel firmamento in maniera sempre più potente e brillante, segno che il tempo è galantuomo con gli uomini di ingegno, di talento e di passione. E Bob Dylan possedeva e possiede tutte queste qualità, se ci consentite di esprimere un giudizio.
 
  Illustrazione originale di Elena Artese

Dario Twist of fate

Triplicate (2017)

Triplicate è il 38esimo lavoro in studio di Bob Dylan e come per i due precedenti non contiene brani autografi, visto che è dedicato ai classici della canzone americana il cui minimo comun denominatore è rappresentato dal fatto che fanno parte del repertorio di Frank Sinatra. Tre dischi ciascuno dei quali segue un suo filo tematico. Il primo disco si intitola 'Til the Sun Goes Down e comprende composizioni che vanno da September Of My Years fino a Once Upon a Time, passando per My One and Only Love, Stormy Weather e I Could Have Told You. Il secondo si chiama Devil Dolls e comprende As Time Goes By, P.S. I Love You, Imagination, The Best Is Yet to Come e Here's That Rainy Day. Chiude la sequenza il terzo volume: Comin' Home Late dove troviamo brani come Sentimental Journey, Stardust e These Foolish Things, tra le composizioni.

La band che lo accompagna, in grande spolvero, è la solita degli ultimi lavori in studio e live. Tony Garnier al basso, Charlie Sexton alla chitarra, Donnie Herron alla steel guitar, George Receli alla batteria e Dean Parks sempre alla chitarra. Come per i precedenti lavori la produzione è di Dylan stesso sotto lo pseudonimo di Jack Frost. I tre singoli il cui compito è quello di promuovere il triplo disco sono "I Could Have Told You", "My One and Only Love", and "Stardust". A rendere questo disco davvero speciale, più che il materiale inciso ci pensa però il momento storico in cui verrà pubblicato. E infatti il 31 marzo 2017, formalmente seppur si tratti di un disco di standard e cover già molto popolari, la prima uscita discografica post-Nobel per la Letteratura, premio che l’artista statunitense aveva ricevuto il 13 ottobre 2016 “per aver creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione musicale americana.” Potrebbe sembrare solo una casualità, così come lo è la durata dei singoli dischi, 32 minuti cadauno, numero fortunato che simboleggia la luce, tanto per citare la Cabala. Difficile dare un giudizio di merito su questo terzo omaggio alla canzone americana d'altri tempi. Si tratta di una scelta che spiazza non poco, ma che se ascoltata nel giusto contesto ci trasporta in un altro tempo, in un'altra dimensione.

Il manifesto programmatico resta lo stesso dei precedenti Shadows in the Night del 2014 e Fallen Angels del 2016. Dischi suonati molto bene con una band dal vivo in studio, dove Dylan sfoggia una voce davvero calda, avvolgente, ispirata come non mai. Allora dov’è il problema, ammesso che ve ne sia uno? Come sempre la percezione del pubblico. Forse un pò stanco di sentire il loro autore e cantante preferito alle prese con una verde milonga alla ricerca del traditional pop standards di sinatriana memoria. Triplicate forse è un pò' eccessivo, se ascoltato nella sua interezza, ma ci piace pensare a come sarebbe stato uno spezzatino dei tre volumi, ridotto a 16-18 tracce totali. Forse il capitolo più ispirato e sentito di questo omaggio all'epoca d'oro della canzone pop anni quaranta e cinquanta. Dylan è senza alcun dubbio alla ricerca del suo tempo perduto, di quella mitica radio ascoltata nelle case d'infanzia nel suo amato Minnesota.

Un lavoro perfettamente in linea con la sua attività parallela di dj radiofonico, visto che in precedenza aveva allietato il pubblico dell'etere con il suo pregevole Theme Time Radio Hour. Non capita tutti i giorni di sentire cantare un premio Nobel per la letteratura, ma è comprensibile che il suo pubblico, lo zoccolo duro scalpiti per ascoltare brani autografi e originali, scritti e arrangiati di proprio pugno. Oggi naturalmente sappiamo che da quel 31 marzo 2017 dovranno trascorrere ancora tre lunghi anni e due mesi. Anche se con Dylan non è mai banale parlare di tempo e di spazio. Abbiamo imparato a conoscerlo bene, il suo essere sempre e per sempre Time out of mind.

Dario Twist of Fate 

Shadow Kingdom (2021)



È innegabile come la lunga e rilevante carriera di Bob Dylan possa essere analizzata in base a diverse fasi, epoche, bruschi balzi temporali in avanti, indietro e in orizzontale. C’è stato però durante questi dieci anni un momento cruciale, un crossroad, l’ennesimo, il quale pare essere sfuggito alla critica mainstream. Mi riferisco a quella fase inaugurata con “Love and Theft” album del ritorno del 2001, erroneamente considerato sequel del precedente Time Out Of Mind, dove il Nostro cambiò praticamente modus operandi. Da lì in poi realizzò tre dischi composti da inediti, l’ultimo dei quali risponde al nome di Tempest, del 2012. Successivamente iniziò la pubblicazione di quello che venne giustamente definito come il suo Great American Songbook. Tre volumi per cinque album, il primo dei quali si intitola appunto Shadows in the Night, disco concept composto da dieci tracce standard pop, portate al successo da Frank Sinatra, a cavallo tra gli anni quaranta e il 1963.

Ora, chi conosce bene Dylan avrà imparato che i dettagli non solo fanno la differenza, ma vanno a tratteggiare il quadro nel suo insieme. C’ è un luogo comune e un refrain che con Dylan suona in continuazione: è un artista enigmatico, non si capisce mai dove voglia andare a parare. Potrebbe essere veritiero, se prendessimo in analisi la sua carriera tra gli anni sessanta e i primi novanta. Da quel momento in poi però, diciamo più o meno in seguito alla pubblicazione della trasmissione televisiva Unplugged, qualcosa cambia e in positivo. Era il 1995 e Dylan veniva giustamente considerato superato, non in linea né al passo coi tempi, non era nemmeno giudicato un nume tutelare del movimento grunge, a differenza del suo illustre collega, Neil Young. Dato praticamente per bollito, Dylan aveva però un paio di carte da giocare. Una di queste fu richiamare il produttore Daniel Lanois per una nuova avventura in sala di incisione. Ne uscirà quello che ad oggi è considerato uno dei suoi successi più importanti, dalla seconda metà degli anni settanta in poi. Ma questa è storia, passata. My back pages, direbbe His Bobness!

Realizzare questo disco è stato un autentico privilegio. Tutti conoscevamo molto bene questi brani. È stato fatto tutto dal vivo, forse in una o due registrazioni. Senza alcuna sovra incisione. Niente cuffie, niente cabina di registrazione per il cantante. Di cover ne sono state fatte abbastanza: seppellite. Quello che io e la mia band stiamo tentando è il procedimento inverso. Disseppellire i pezzi dalla tomba, per riportarli alla luce del giorno. Perché questa band non lavora con il favore delle tenebre, o meglio non sempre.

Questo il manifesto programmatico espresso dal suo autore, prima del lancio di Shadows in the Night. Oggi invece, con un titolo speculare, stiamo ascoltando e soprattutto visionando un nuovo format dylanesco. Si tratta di questo incantevole film in bianco e nero che risponde al nome di Shadow Kingdom. Ancora una volta Dylan spiazza, destabilizza, distorce tempo, prospettiva e pensiero. Noi appassionati, succubi e senza alcuna possibilità di redenzione, non possiamo far altro che prendere o lasciare. Chiaramente nel mio caso prendo. Del resto il manifesto programmatico è eloquente.

Parte come se fosse un episodio pilota diretto da David Lynch e ideato in coppia con Mark Frost. Quasi uno spin off di Roy Orbison and Friends: A Black and White Night, il celebre speciale andato in onda appena prima della prima stagione di Twin Peaks. Perché è vero un fatto: si scrive Bon Bon Club in Marseille, ma si legge Bang Bang Bar, Roadhouse. Siamo dalle parti dell’Impero della mente, dove David Lynch potrebbe senz'altro farci da anfitrione. La suggestione è possibile, come abbiamo potuto vedere anche da certi indizi e suggerimenti lanciati dallo stesso regista di Missoula, il quale di recente aveva affermato: “Amo Bob Dylan. Non c’è nessuno come lui. È unico e semplicemente fantastico.” Ora, fin qui niente di strano, pur trattandosi di uno come Lynch! Del resto già nel suo disco del 2013, The Big Dream, Lynch aveva omaggiato Dylan, eseguendo una versione sperimentale di un brano giovanile e disperato come The Ballad of Hollis Brown, tratto da The Times They Are a-Changin'. Stavolta invece è stato Bob Dylan a sconfinare nei territori battuti dal visionario regista americano. Certo, in Shadow Kingdom ci sono altri riferimenti a parte quello evidente di Velluto blu o Twin Peaks, visto che l’atmosfera ricalca, almeno in parte il Quest show CBC TV – Canada, la cui messa in onda risale al 1964. C’è anche un frammento preso da I’m Not There, con quelle sequenze in bianco e nero ideate dal regista Todd Haynes, e se vogliamo potremmo vederci anche uno stile in debito verso l' Hal Ashby di Bound for Glory.

È pacifico affermare come l’immaginario dylaniano, musicale e non, difficilmente si spinga oltre la prima metà degli anni sessanta. Si pensi ad esempio alla serie di quadri intitolata The Beaten Path (dallo stesso Dylan) e di evidente ispirazione hopperiana, nel senso di Edward. Tutti elementi che si rincorrono e affiorano durante le visioni fumè e volutamente retrò di questo progetto Shadow Kingdom. Nome suggestivo che stavolta non delude né trascende le aspettative. E non ho nemmeno parlato di musica, ma con Dylan, dopo oltre 59 anni di carriera alle spalle, può diventare davvero accessorio, se non superfluo, talvolta. E' scontato affermare che si tratti di uno dei cinque artisti più influenti del Novecento, dove gli altri potrebbero essere Frank Sinatra, Elvis Presley, Johnny Cash, John Lennon e David Bowie. Forse stavolta il Poeta dell’elettricità è davvero riuscito a dipingere il suo capolavoro? Non a caso la canzone di apertura, prestata per lungo tempo ai sodali The Band si intitola appunto When I Paint My Masterpiece.

Dario Greco

Bob Dylan 1970 with George Harrison

Non è ancora detta l'ultima parola su uno dei periodi più controversi della parabola artistica di Bob Dylan. La pubblicazione per il grande pubblico di questa nuova uscita antologica getta luce su un periodo che divide da più di cinquant'anni i suoi estimatori, i detrattori e in certi casi anche i fan più sfegatati. Eppure se ci si abbandona davvero all'ascolto, in senso pieno e profondo, questo "1970" convince tutti a mani basse. Di certo avrà influito essermi trovato ben predisposto e in fase dylaniana e dylanista. Confesso che da un po' di giorni non ascolto altro, a eccezione di artisti comunque limitrofi e paralleli come The Band, Tom Petty, Van Morrison e George Harrison.

Proprio l'ex Beatle gentile arricchisce queste registrazioni con alcune performance, forse non proprio memorabili, ma che sono il primo atto formale di quella che poi sarebbe diventato una lunga e proficua amicizia. Bob Dylan e George Harrison incroceranno infatti i flussi (passatemi la citazione di Ghostbusters) e le note delle loro chitarre più avanti, lungo la strada. Le uscite retrospettive di Bob Dylan sono una cosa per veri appassionati e collezionisti completisti. Se come me aspirate a conoscere tutto quello che Dylan ha realizzato in studio di registrazione, questa "50th Anniversary Collection 1970" farà di sicuro al caso vostro, mentre in caso contrario vi consiglio di passare direttamente alla prossima, più importante uscita. Presto o tardi ci sarà altra carne al fuoco, in questo grande falò che accompagna la nostra esistenza del ricco, monumentale canzoniere dylaniano. Ed è interessante come questo sia il materiale che andrà a comporre quello che il critico Greil Marcus commentava con la famosa espressione "What is this shit?" frase ripresa in apertura da Michael Simmons nel suo testo che accompagna le immagini del booklet dai titolo: This is what this shit is.

Ed è anche vero che questi tre dischi erano già più o meno noti, in formato di bootleg, oggi però possiamo ascoltarli e ammirarli in una veste sonora decisamente migliore. Il ché visto che parliamo di un artista eccellente come Bob Dylan fa eccome la differenza!

Evito di fare citazioni ai brani, perché salvo in qualche caso, si tratta di pezzi già noti, incluse le versioni alternative delle canzoni che compongono Self Portrait e New Morning. Eppure basta dare un'occhiata al ricco booklet per renderci conto del valore di queste sessioni e dei musicisti che vi hanno preso parte. Non solo Dylan e George Harrison, dato che gli altri musicisti sono personalità come Al Kooper, David Bromberg, Harvey Brooks, Charlie Daniels e Ron Cornelius. Mi fermo qui perché non stiamo parlando di recensire e giudicare brani o materiale nuovo, ma solo di fare una retrospettiva alternativa di cose che avevamo già ascoltato e apprezzato. Ciò nonostante per chi conosce nel dettaglio la discografia di Bob Dylan, ci saranno belle sorprese!

Naturalmente serve, tanto per cambiare, trasporto, interesse e passione. Merce rara di questi tempi, in effetti. Time Passes Slowly, direbbe il Buon vecchio Bob!



“Go on, get out! Last words are for fools who haven't said enough!" (Karl Marx)


Dario Twist of fate

Shadows in the Night

“Realizzare questo disco è stato un autentico privilegio. Tutti conoscevamo molto bene questi brani. È stato fatto tutto dal vivo, forse in una o due registrazioni. Senza alcuna sovra incisione. Niente cuffie, niente cabina di registrazione per il cantante. Di cover ne sono state fatte abbastanza: seppellite. Quello che io e la mia band stiamo tentando è il procedimento inverso. Disseppellire i pezzi dalla tomba, per riportarli alla luce del giorno. Perché questa band non lavora con il favore delle tenebre, o meglio non sempre!”

(Bob Dylan on “Shadows in the Night”)

Ora, ammetto di non aver seguito con grande interesse "il periodo Sinatra" di Bob Dylan, tanto che ho acquistato e ascoltato in tempo reale solo l'ultimo dei tre (o cinque) lavori: Triplicate, ma più che altro in seguito all'hype post Nobel. Nel 2014 e successivamente nei primi mesi del 2015, cioè sei anni fa, avevo da poco archiviato una delle mie parentesi musicali più intense, ma rovinose e fallimentari. Mi stavo reiventando, grazie anche al coinvolgimento di un amico, che mi aveva inserito in un discorso di selezione musicale, in giro per Cosenza e Rende. Confesso che questo Shadows in the Night non mi aveva proprio coinvolto e preso subito. Ci sono voluti anni e molti ascolti. Successe di peggio con il secondo, Fallen Angels che per quasi 4 anni non ho nemmeno ascoltato, e oggi mi rendo conto del grave sbaglio, visto che dei tre lavori dedicati al songbook americano noto come "Sinatra Era" resta attualmente il mio preferito.

Eppure, tutto inizia, si fa per dire, il 3 febbraio 2015, quando Dylan ha dato alle stampe questo 36esimo lavoro in studio: Shadows in the Night, composto da dieci tracce e nessun brano autografo, ovviamente, sequel del fortunato Tempest, che fino allo scorso 2020 resterà l'ultimo disco di Bob Dylan con brani autografi. Passata la tempesta Dylan tornerà a dimostrare il proprio valore come autore di brani propri. Qui si cimentava per la prima volta con il repertorio Sinatra, portando all'estremo le proprie idee che già dal 2001, con Love and Theft, aveva iniziato ad esplorare, con brani composti in stile swing, jazzati e altro. Piaccia o meno, la visione musicale e poetica di Dylan si allontana sempre più dallo stile che lo aveva reso celebre e popolare, quello del folk-rock anni 60-70. Per cultori e per veri audiofili appassionati.

Dario Twist of Greco

Oh Mercy (1989)



“Non ho un posto per sparire, non ho cappotto. Sono su un fiume impetuoso in una barca ondeggiante e sto cercando di leggere un appunto che qualcuno ha scritto a proposito della dignità.” (Bob Dylan)

Perché Oh Mercy è uno dei dischi più importanti della terza fase di Bob Dylan? (*) Principalmente per ragioni anagrafiche e del contesto in cui viene prodotto e inciso. Il suo autore veniva infatti da una sequenza di album che avevano messo d'accordo critica e pubblico, ma in senso del tutto negativo. Infatti dopo l' inusuale, ma coraggioso Empire Burlesque (1985) Dylan dava alle stampe due lavori che sono considerati tra le sue peggiori produzioni di sempre. Stiamo parlando di Knocked out Loaded e Down in the Groove, rispettivamente del 1986 e del 1988. Eppure in seguito ai tour con Tom Petty and The Heartbreakers e con i Grateful Dead, accade qualcosa. Il Nostro infatti ha uno dei tanti ripensamenti e decide di coinvolgere in fase di produzione il mago Daniel Lanois, su segnalazione dell’amico comune Bono Vox. Ora, mentre oggi la distanza tra questi due artisti appare meno evidente e scontata, non era affatto lo stesso prima della realizzazione di Oh Mercy. Per una volta non dobbiamo affidarci a terze persone, visto che lo stesso Dylan dedicherà uno dei capitoli più avvincenti e ispirati nella sua autobiografia, Chronicles Vol.1. Si parla quindi di New Orleans e della lavorazione di un nuovo disco, il quale dovrebbe, si spera risollevare la carriera ormai finita di un autore che incide musica da oltre 26 anni (all'epoca).

Pubblicato il 18 settembre 1989, Oh Mercy è il 26esimo disco in studio, comprendente dieci tracce. Solo due di queste superano appena la durata di cinque minuti, dato già sorprendente per gli standard del suo autore. Fin dai titoli e dai crediti possiamo notare come il disco appaia differente rispetto al canone anni ottanta e più in generale, a confronto con altri lavori del passato. Un nutrito gruppo di musicisti accompagna Dylan tra cui lo stesso Daniel Lanois e Cyril Neville dei Neville Brothers. Senza mezzi termini, il disco viene salutato come un grande ritorno e un trionfo a livello di critica. In effetti il suo valore aumenterà a distanza di tempo e resta uno dei dischi più al passo coi tempi, per un autore che lungamente è stato refrattario a questa idea di suonare un tipo di musica contemporanea. Non è un caso se tra i ripensamenti ci saranno, di lì a breve, due dischi contenenti solo pezzi tradizionali folk, country e blues.

Oh Mercy si apre con l'ispirata e tesa Political World, ma già dalla seconda traccia mostra barbagli di tenerezza e di sentimento agrodolce, grazie a brani come Where Teardrops Fall, ma soprattutto con la ballata per piano, Ring Them Bells, con il cuore oscuro e misterioso di Man in the Long Black Coat. Da citare anche Everything Is Broken, un pezzo che per molti critici riflette sull'entropia del mondo. Ma è nel secondo lato che Dylan e Lanois calano un pokerissimo d’assi che da queste parti non si sentiva da tempo. Most of the Time, What Good Am I, What Was It You Wanted e la tenera conclusione di Shooting Star, intervallate dall’ intensa e calda ballata per piano di Disease of Conceit. Da segnalare come durante queste sessions siano state registrate e successivamente scartate canzoni del livello di Dignity, God Knows e Born in Time. Soprattutto la splendida Series of Dreams: probabilmente tra le migliori canzoni di Dylan da Desire (1976) in poi. Una inaspettata sorpresa per quel 1989 dove il mondo stava andando letteralmente a pezzi, Everything is Broken appunto. Sono tanti gli artisti, colleghi e critici che spenderanno qualche parola per manifestare il proprio apprezzamento nei confronti di questo album. Ne citiamo almeno quattro: Lou Reed, che definì Disease of Conceit la migliore canzone dell'anno, mentre Willie Nelson e Mark Lanegan renderanno giustizia ai brani What Was It You Wanted e Man in the Long Black Coat con due intense e convincenti riproposizioni. L'ultimo, ma non per importanza è la testimonianza di Eric Andersen. Proprio Andersen qualche tempo prima aveva affermato che Dylan fosse un artista giunto ormai al suo capolinea, a livello artistico. Eppure non bisogna mai vendere la pelle dell'orso prima di averlo ucciso, men che meno quando l'orso risponde al nome di Bob Dylan.

Andersen con onestà intellettuale dirà infatti che queste canzoni sono sostenute e incoraggiati da tocchi tenebrosi, oscuri, paludosamente arcaici di Lanois. Oh Mercy urla incertezza, desiderio, dolore, compassione e verità nascoste. Quasi un gioco morale. Questi brani sono brutalmente sinceri, di chi non si sottrae al dolore. Quest'album riflette una mezzanotte personale buia, la proverbiale ora di buio, attraversando i territori sconfinati di un'anima senza protezione. Scrivere questa confessione deve essergli costato non poco. Eppure questa non sarà l'ultima volta; e non è sorprendente tutto questo, alla luce di album del valore di Tempest e Rough And Rowdy Ways?

Un consiglio: anche se avete sempre manifestato pregiudizi verso Bob Dylan e la sua musica, almeno per una volta provate a cedere. Troverete un disco di livello eccelso, raro e prezioso.

“Il più delle volte metto bene a fuoco tutto quello che ho intorno. Il più delle volte riesco a stare con i piedi per terra. Posso seguire il sentiero, posso capire i segnali, tengo la destra quando la strada si fa tortuosa, riesco ad affrontare qualunque cosa mi capiti, non mi accorgo neanche che lei se n'è andata, il più delle volte.” (Bob Dylan)

N.B. - Nel testo si fa riferimento in apertura alla cosiddetta terza fase discografica di Dylan. Per convenzione alcuni critici hanno distinto nel seguente modo la produzione degli album in studio di Bob Dylan:
Prima fase (1962-1969)
Seconda fase (1970-1978)
Terza fase (1979-1990)

Dario Twist of Fate

Blood On The Tracks, Bob Dylan (1975)

Blood On The Tracks (1975)

Acclamato da critici e fans come uno dei miglior lavori in studio di Bob Dylan, questo album è la prova di coraggio e della definitiva maturità avvenuta del grande songbook dylaniano. Uno dei dischi di riferimento degli anni settanta e forse uno dei migliori album di cantautorato rock di tutti i tempi.

Qualcuno ha scritto:“E' un album costruito sul tema della delusione amorosa, e la sua esecuzione, quasi totalmente chitarra e voce, può, ad un primo ascolto, far pensare ad un lavoro amatoriale. Ed è questo l'esito al quale vuole pervenire Dylan, per il quale le origini sono riferimento perenne, mai rinnegate dalle svolte rock”.

In Blood On The Tracks il tema universale è l’uomo: alla ricerca di se stesso, di una donna, di un desiderio e con una malinconia da scacciare lontano. Forse in Africa, forse nella provincia americana, sempre “sulla strada, diretto verso un altro incrocio”...

Ispirato dal maestro di pittura Norman Raeben, Dylan ritrae un affresco di rara potenza e suggestione lirica. Un lavoro capace di descrivere sentimenti universali quali redenzione, destino ineluttabile, viaggio, e soprattutto il desiderio di rifugio dal dolore. Non ultima la consapevolezza del rimpianto. Il tema della rinuncia, che per dirla alla Francesco Guccini porta sempre con sé una buona dose di malinconia e di tristezza. Tangled Up In Blue, canzone che apre il disco è una dichiarazione d’intenti all'arma bianca. Una storia ricca di dettagli, frame e fughe laterali, come una periferica Interstate 35W del Minnesota.

Blood on the tracks è anche un’ opera in due atti: New York Sessions e Minnesota Sessions.

Uno dei punti di forza del disco è proprio questa riscrittura dei brani. Testo e musica. Sono proprio pezzi come Tangled Up In Blue e Idiot Wind a trarne maggiore giovamento e vigore, formale e strumentale. Brani che possiamo ascoltare anche nelle versioni spoglie presenti su Bootleg Series 1-3.

Partiamo proprio dalle chitarre barocche di Tangled up in blue, con quel avvilupparsi e sciogliersi in preziosi intarsi, capaci di arricchire anche il senso stesso delle parole. Notevole, in tal senso, è la sequenza di note che apre il brano richiamando direttamente Like A Rolling Stone. Non si tratta di una semplice riscrittura agiografica, dato che qui Dylan è letteralmente consapevole di riscrivere la sua storia. Ci racconta con verismo il mestiere di musicista come se questo fosse un sogno effimero, suonando canzoni che vibrano, quanto il blues e il folk che lo hanno ispirato.

Il genio di Dylan risiede nel dualismo caratterizzato da canzoni vigorose eppure semplici. Blood On The Tracks è un disco che si può eseguire per intero accompagnandosi solo con chitarra e armonica. Nonostante questo l'album funziona anche e soprattutto riproposto in chiave elettrica. Pensate alla poderosa resa di brani quali Shelter From The Storm, Idiot Wind e You‘re A Big Girl Now, tratte dal live Hard Rain.

Simple Twist Of Fate, elegante dramma notturno per chitarra, basso e armonica. Essenziali pennate sostenute da morbide volute di basso, su cui si fa strada lentamente il lamento dell'armonica. Siamo di fronte ad uno dei migliori testi dylaniani in assoluto. Con un fatalismo da vivere su un materasso umido di lanugine e lacrime di pioggia.

La frase d’armonica in You‘re A big Girl Now è un lamento a cuore aperto per un dolore impossibile da spiegare. Il critico Paul Williams definisce questo assolo “primitivo” ed efficace nel far da contraltare all'elegante e inusuale tappeto sonoro. Idiot Wind, invettiva dai toni shakespeariani sul tema del tradimento, è il solo brano ad avere una struttura lineare di strofa-ritornello-strofa. Dominata dalla voce grintosa di Dylan, e impreziosita dall’organo di Gregg Inhofer e dalle percussioni di Bill Berg.

Lily, Rosemary and the Jack of Hearts è la sintesi di immagini pittoriche narrate con toni da cinema western e surreali atmosfere di biscazzieri e bettole del secolo scorso, che ricordano da vicino alcuni film diretti da Robert Altman. If You See her Say Hello, si apre coi dolci ricami delle chitarre di Dylan, Odegard e Weber. Una malinconica epopea di separazioni, ricordi e amori lontani, forse anche più di un continente.

Shelter From The Storm, è probabilmente il brano che vale il disco, se non la carriera di un cantautore, forse anche due, in certi casi... Non si tratta banalmente di una narrazione dell'amore per una donna, ma della ricerca di un punto che va sempre oltre ogni apparente méta, e di cui ogni cosa diventa in qualche modo simbolo. E’ la Bellezza l'ideale che il cuore di Dylan insegue nella sua corsa senza fine. Il tormento più terribile è quello di scoprire che, nel tentativo di costruire la propria felicità, si è finito col distruggere con le proprie mani la misteriosa promessa di compimento che si era intravista. E allora non resta che riprendere nuovamente il viaggio. Ancora Paul Williams ci viene in soccorso, per descrivere un brano di rara e unica bellezza e magnificenza.

Blood On The Tracks è il disco più profondo, sofferto, che più di tutti colpisce nell'intimo chi ascolta, e chi sa ascoltare. Qui le emozioni sgorgano dure, improvvise, vive, come da una ferita: quella che Blood On The Tracks lascerà nel vostro cuore. Un lamento sofferto ma mai privo di dignità, sempre fiero, virile. Disco arcigno e a tratti indomabile, a volte invece più placido e rassegnato, come per la conclusiva Buckets of Rain.

Un album dove la linea del tempo viene volutamente destrutturata secondo la lezione del maestro Raeben e che ci riporta ad atmosfere degne del cinema di Altman, Bresson o Peckinpah.

L’eroe non celebrato di Blood On The Tracks resta il bassista Tony Brown, che per aver partecipato alla realizzazione di questo disco meriterebbe un posto di riguardo nella storia della popular music. Ancora una storia di side-man dimenticati che varrebbe almeno un articolo e un racconto a sé.

La rivista Rolling Stone piazza Blood On The Tracks al sedicesimo posto nella classifica degli album più belli di sempre. E' un disco che ci restituisce il pathos e la "concentrazione" del Dylan anni sessanta. Un lavoro che ascoltato a distanza di quasi 40 anni possiede ancora un fuoco, un'energia e un flusso di creatività che difficilmente è possibile riscontrare nella storia della popular music.

Dario Twist of Fate

Datemi un'altra tazza di caffè così potrò tornare in tour



Commento critico sull'album Desire (1976)


Desire è il disco più importante di Bob Dylan degli anni settanta. O meglio, è quello che si avvicina di più all'idea che abbiamo di un autore in cerca di ispirazione, di tematiche forti che possano in qualche modo ricongiungere con quella che era stata la parte più intensa della sua carriera musicale. Sulla scia del successo di Blood on the Tracks, Bob Dylan aveva acquisito più forza, sulla scena della musica popolare, di quanta ne avesse mai avuta dalle fine dei Sessanta. Anche la sua presenza sui media era tornata su valori ottimali, come non accadeva dal 1966, in pratica. Questo ritorno di fortuna venne consolidato dal tour con la Rolling Thunder Revue, episodio di cui scriveremo più diffusamente, in un altro contesto e in separata sede. Arrivati a questo punto della retrospettiva critica ci sembra doveroso affermare come alcune collaborazioni inattese avevano indirizzato buona parte della musica più innovativa di Dylan. Desire non fa eccezione a questo tipo di contesto e di questa visione musicale estesa e condivisa. Va anche detto come prima di questo lavoro Dylan raramente aveva condiviso la composizione con altri autori. Album da primo posto in classifica, Desire ebbe il merito di mettere d'accordo, una volta per tutte, critica e pubblico come raramente succederà da qui in avanti nella produzione in studio del Nostro. Oggi se non è tenuto nella stessa considerazione di Blood on the Tracks, che lo aveva preceduto solo di 12 mesi, poco ci manca. Non è certo un caso se questo disco è presente in molte classifiche dei migliori dischi di sempre, degli anni settanta e naturalmente in quella specifica del suo autore, dove occupa una posizione di assoluta rilevanza. È tra i cinque dischi che hanno venduto di più; in Canada, Regno Unito e Stati Uniti ha raggiunto la cifra di due milioni e duecentomila copie.



Desire è il disco dei nomi, degli arrangiamenti improvvisati, di un flusso creativo caotico e consapevole. Le canzoni sembrano composte e assemblate a nuclei da tre-quattro. Ed è un prodotto che andrà bene sia in termini di vendite, sia sotto il profilo della critica. Senza dubbio rientra ancora oggi tra le cose più riuscite, apprezzate e amate sia dai dylaniani che da un pubblico più generalista. Non mancano ovviamente le critiche, una tra tante quella di Lester Bangs, che non ha mai nascosto la sua avversione verso il cantautorato impegnato e non (basti citare il suo pezzo James Taylor deve morire) che in questo caso spunta dalle retrovie per impallinare Dylan, ma soprattutto per muovere critiche verso il co-autore Jacques Levy. Per chi fosse interessato ad approfondire consigliamo la lettura del testo Deliri, desideri e distorsioni, Il flirt di Bob Dylan con il Mafia Chic. Non è un criminale, è solo un incompreso, dove naturalmente il territorio d'analisi e lo spunto critico si basa su uno dei testi più controversi di Dylan, fino a quel momento: Joey, dedicato a Joey Gallo, aka Crazy Joe, killer e mafioso di New York, appartenente alla famiglia Profaci-Colombo. Personalmente trovo piuttosto coerente l'operato di Bob Dylan, che nella sua lunga carriera ha sempre fatto la scelta giusta, schierandosi dal lato sbagliato della legge, con buona parte di tossici deliranti e invasati testimoni di Geova. La lezione appresa dal suo mentore Woody Guthrie che cantava di Pretty Boy Floyd dovrebbe chiarire qual è il giusto punto di osservazione di un menestrello folk. La domanda da porre oggi a Lester Bangs per noi è la seguente: - La canzone popolare deve cantare (e celebrare) Jesse James, Charles Arthur Floyd e Crazy Joe, oppure incensare il Federal Bureau of Investigation?



Spieghiamo meglio. Il mestiere di Dylan è quello di scrivere, suonare e cantare canzoni. Ora, se questo non gli riesce sempre bene, è un discorso e va argomentato. Però molti critici durante gli anni sessanta e settanta avevano il vezzo di stroncare spesso lavori senza argomentare e senza una comprensione testuale e musicale adeguata.

Desire come tutti i maggiori lavori che lo hanno preceduto gode di questo metro di giudizio. Sicuramente è un disco con alcuni evidenti difetti. Non tutto fila liscio sempre, sia a livello musicale che dei contenuti. Eppure leggere oggi certe parole da parte di un decano della critica musicale come Robert Christgau fanno sorridere o tremare i polsi. Il critico qui va oltre il suo territorio di competenza, mettendo in dubbio la buonafede di Dylan, ancora una volta. Eppure smontare un lavoro come Desire oggi suona davvero poco professionale e risibile. Non si tratta di simpatia o di essere estimatori, ma di essere equi. Spesso i critici non lo sono. Questo disco merita quindi una revisione storica e un riposizionamento tra i classici dylaniani. C'è poi un punto che mi preme sollevare. Non si è mai parlato della volontà di Dylan di realizzare un disco perfetto, come suoni, come registrazione e come concept. Se state cercando questo tipo di qualità, avete sbagliato disco e autore. Passate oltre e non ve ne pentirete.

Bob Dylan non è Roger Waters e non è nemmeno Springsteen, Pete Townshend o Brian Wilson. Non stiamo parlando di un musicista maniacale e perfezionista. Semmai è stato un produttore distratto, che non ha valorizzato al meglio il proprio materiale. I casi in oltre 50 anni di attività discografica sono numerosi. Quante volte da qui in poi scarterà brani validi e potenziali hit? Allora il discorso è un altro, mi pare di capire. Però dire che su Desire non vi sia libertà espressiva, intensità, realismo e quella capacità di rendere interessanti personaggi e situazioni bislacche, è un altro paio di maniche.

In astrologia la carta dell'imperatrice rappresenta Mercurio in Gemelli; per altri, è sottoposta a Venere. Ha una corrispondenza cabalistica con la lettera G, gimel dell'alfabeto ebraico. Potrebbe essere del tutto casuale la scelta di inserire proprio questa carta in un disco dove i temi sono davvero molteplici, se non fosse per il fatto che Dylan nel disco precedente aveva utilizzato il fante di cuori proprio nel titolo di uno dei brani più narrativi come Lily, Rosemary and the Jack of Hearts e se nel disco successivo il brano di apertura, Changing of the Guards non contenesse riferimenti diretti sempre a due carte dei tarocchi, come il re e la regina di spade. Del resto già durante gli anni sessanta aveva citato personaggi ascrivibili al mondo dei tarocchi e delle carte da gioco, come in Gates of Eden e in All Along the Watchtower. Più andrà avanti, dopo Desire, più questi riferimenti al Poema della regina di Saba diventeranno più presenti ed evidenti. Tuttavia Desire può essere considerato il disco che apre a un nuovo ciclo di composizioni, proseguendo sul canovaccio che già era stato mostrato in Planet Waves e soprattutto in Blood on the Tracks. Dylan torna a essere enigmatico e ambiguo, grazie a testi abilmente costruiti per avere più significati e più chiavi possibili di interpretazione.

Disco se possibile latino, dove per la prima volta si sente un sound tipicamente zigano, europeo, e non a caso questo album avrà molto successo oltre che negli Stati Uniti anche in altri Paesi, dimostrando come il linguaggio universale della musica possa colmare e sopperire le barriere linguistiche, in anticipo rispetto alla tendenza della World Music più marcatamente anni ottanta e novanta. Diciassettesimo disco in studio, Desire viene pubblicato il 5 gennaio 1976, diventando uno dei maggiori successi di Bob Dylan di tutti i tempi. Per molti rappresenta assieme al suo predecessore Blood on the tracks il vero ritorno del suo autore e il disco di maggior impatto dai tempi di Blonde on blonde e Highway 61 Revisited.

One More Cup of Coffee (Valley Below)

Durante una vacanza nel sud della Francia Dylan assiste all’annuale pellegrinaggio dei rom a Saintes-Maries-de-la-Mer, nella cui cattedrale sono conservate le spoglie della loro santa protettrice, detta Sara la Nera. Dylan ha dichiarato di avere scritto il brano durante quest’esperienza ma che, pur essendone probabilmente stato influenzato, la canzone (e in particolare l'espressione valley below, la valle sottostante) probabilmente riguarda altri luoghi. Desire unisce quindi il Messico, New York City, il sud della Francia e l'Africa. È un disco itinerante, nomade, zigano.

"Oh zigano, dall'aria triste e appassionata che fai piangere il tuo violino fra le dita. Suona ancora come una dolce serenata mentre pallido, nel silenzio ascolterò questo tango, che in una notte profumata, il mio cuore ad un altro cuore incatenò."

Ognuno ha il pubblico che merita - Una nota dolente

Quasi nessuno nel 1976 aveva voglia di fare sconti a Dylan. Motivo per cui un brano “leggero” e divertente come Mozambique, stravagante e accattivante, viene frainteso. Per Paul Williams è uno dei brani di Dylan che possono contare su una musica meravigliosa, inventiva, che dà piacere che tuttavia non riesce a raggiungere l'intensità e l'unità delle altre canzoni perché i testi sono un po' troppo vaghi e distanti mentre per Clinton Heylin si tratterebbe di una canzoncina tirata su dal fondo del barile, orribile, uno dei punti deboli di un disco il cui compito era quello di rilanciare la carriera del suo autore. La melodia ha ricevuto più elogi dei testi, essendo appunto sobria, giocosa e valida, senza contare gli interventi del violino a opera di Scarlet Rivera.

La Band di Desire

Per chi fosse interessato ad approfondire su questo disco consigliamo la lettura del libro On the road with Bob Dylan, uno dei resoconti più brillanti, audaci e appassionati mai scritti sul rock e sulla musica anni settanta. Il suo autore, Larry Sloman, ha vissuto a stretto contatto con la band di supporto di Dylan, che è poi la stessa base su cui venne inciso Desire. Oltre alla già citata Scarlet Rivera, il cui suono del violino contribuisce a rendere Desire unico nel suo canone, per quanto riguarda la produzione in studio di Dylan, merita un elogio la sezione ritmica composta da Rob Stoner al basso e da Howard Wyeth alla batteria. Nel disco si sente poi il bel lavoro ai cori realizzato da Emmylou Harris (futura star del country) Ronee Blakley che si unirà al tour Rolling Thunder Revue, e da Steven Soles. Alle caotiche e disordinate sessions prendono parte anche Eric Clapton, Luther Rix, Vinnie Bell e Dominic Cortese, al mandolino e alla fisarmonica. Resta uno dei gruppi di supporto di Dylan più importanti, non solo per quanto riguarda il lavoro in studio, ma soprattutto perché questo nucleo sarà quello del Rolling Thunder Revue. Sappiamo bene che il loro lavoro fino al 2002, anno di pubblicazione del Bootleg Series V resterà nascosto ai più. Oggi però, alla luce delle ultime pubblicazioni, tra cui lo splendido e completo Bob Dylan – The Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings pubblicato nel 2019, possiamo finalmente ascoltare un Dylan in forma splendida. Non a caso per molti il disco Desire rappresenta la punta dell'iceberg di un performer in stato di grazia.

Dario Twist of Fate

Illustrazione originale di Elena Artese

 

D'amori smemorati, di killer e di pistole

Together Through Life (2009)

“Queste canzoni sono più fotografie istantanee che composizioni, ma potrebbe anche essere che alla fine, tutte assieme, facciano un’unica grande fotografia. E potrebbe anche non essere un lavoro artistico, ma qualcosa più funzionale, come la foto del passaporto di qualcuno che è sempre in viaggio per il prossimo concerto.”

Together Through Life è il 33° album in studio del cantautore Bob Dylan, pubblicato il 28 aprile 2009 dalla Columbia Records. La pubblicazione dell'album, che ha raggiunto il numero 1 in più paesi, è stata inaspettata e ha sorpreso i fan. Dylan ha scritto la maggior parte delle canzoni con Robert Hunter e ha registrato con musicisti come Mike Campbell degli Heartbreakers e David Hidalgo dei Los Lobos. La genesi dell'album è stata una richiesta del regista Olivier Dahan di contribuire con una canzone al film a My Own Love Song. Su Robert Hunter disse: "Hunter è un vecchio amico, potremmo probabilmente scrivere un centinaio di canzoni insieme se pensassimo che fosse importante o ci fossero le giuste ragioni ... Lui sa usare le parole e anche io. Scriviamo entrambi un tipo di canzone diverso da quello che oggi viene considerato come scrivere canzoni." L'unico altro autore con cui Dylan abbia mai collaborato a tal punto è Jacques Levy, con il quale ha scritto la maggior parte delle canzoni di Desire (1976). Le voci sull'album, riportate dalla rivista Rolling Stone, sono state una sorpresa, senza alcun comunicato stampa ufficiale fino al 16 marzo 2009, meno di due mesi prima della data di uscita dell'album. In una conversazione con il giornalista musicale Bill Flanagan, pubblicata sul sito ufficiale di Bob Dylan, Flanagan ha suggerito una somiglianza del nuovo disco con il suono di Chess Records e Sun Records, che Dylan ha riconosciuto come un effetto del "modo in cui venivano suonati gli strumenti". Ha detto che la genesi del disco è stata quando il regista francese Olivier Dahan gli ha chiesto di fornire una canzone per il suo road movie, My Own Love Song, che è diventato "Life is Hard".

Per Danny Eccleston Together Through Life è un album tutto giocato sui ganci, fin dalla prima traccia iniziale. Il merito del suo autore è quello di rifiutarsi di mollare la presa lasciando andare le canzoni. È buio intenso ma confortante, con un suono grande e duro, che rimbomba leggermente come una band durante un soundcheck in un teatro vuoto, ma in fondo c'è un ritornello inquietante. Perché soprattutto questo è un disco sull'amore, sull' assenza e sul ricordo. Come un killer smemorato e romantico, perso in un blues fatto con una chitarra e una fisarmonica, a metà strada tra Durango e il Texas. A dare valore e intensità a questo lavoro ci pensa il sempre puntale chitarrista Mike Campbell, prestato dall'amico Tom Petty and the Heartbreakers, così come la tromba di Donnie Herron e soprattutto la fisarmonica di David Hidalgo dei Los Lobos. Secondo Dylan Campbell suona con Tom da così tanto tempo che sente tutto dal punto di vista di un cantautore e può suonare quasi tutti gli stili".

Da un punto di vista della Cabala questa è la prima volta da Time out of mind che Dylan non chiude il disco con una lunga ballata di durata superiore ai sei minuti. L’ultima volta infatti era stato proprio con Under The Red Sky (1990) e Dylan si era affidato a un brano breve (solo tre minuti e ventuno secondi) per concludere un suo lavoro. Più in generale si noti come l’album viaggi volutamente sottotono e sotto giri, visto che ci sono solo quattro brani che superano i cinque minuti di durata e solo uno che sfiora i sei minuti, This Dream of You (titolo quasi identico al brano di Van Morrison del 1970). Questo disco va considerato per quello che è. Un capitolo minore della sua discografia. Sotto questo punto di vista si tratta di un lavoro più che decoroso e piuttosto godibile e riuscito. Il fatto che da Bob Dylan si pretenda sempre la pubblicazione di canzoni e album memorabili, nonostante ci sia una parte di critica e pubblico pronta sempre a stroncare ogni sua nuova uscita, è motivo di discussione e di chiarimento che prima o poi bisognerà affrontare in separata sede.

Bob Dylan è tornato ancora una volta, al suo meglio, come non faceva ormai da dieci anni forse. Questo nuovo lavoro è infatti la migliore produzione dylaniana dai tempi di Time Out Of Mind e Oh, Mercy. Forgetful Heart è quello che si dice un brano epico, uno dei migliori ruggiti del decennio da parte del cantautore statunitense. Si tratta di un pezzo in grado di convince sin dalla prima nota e dal primo verso. Chi meglio di Dylan potrebbe cantare di questo "cuore smemorato"? Nessuno saprebbe essere così convincente oggi, tranne forse il miglior Tom Waits. Questa volta Dylan ha scoperto il gusto dell’auto citazione, e Forgetful Heart richiama con vigore alle passate incisioni di Time Out Of Mind, Oh Mercy e Modern Times, ma lo fa con un dono di sintesi espressiva e lirica che forse era mancata in Modern Times, se prendiamo a modello il brano Ain ’t Talkin’ che può benissimo essere sovrapposto a Forgetful Heart. Il banjo appalachiano di Donnie Herron, la fisarmonica zydeco di David Hidalgo e la chitarra a saturazione valvolare di Mike Campbell creano un connubio di nervi, sangue e sabbia, in bilico fra aria e fuoco. Prodotto da un settantenne, ma realizzato con la mano grintosa e professionale, manco ne potesse dipendere il proprio sostentamento. In questo disco possiamo sentire gli echi di Desire, Pat Garrett and Billy The Kid, e Time out of Mind. La fisarmonica di Hidalgo e la chitarra di Campbell colorano panorami di sole e terra, come non si sentivano e vedevano da tempo e c’è quel tipo di energia che non ti aspetteresti su It's All Good e Beyond Here Lies Nothin’, così come c'è vigore sonoro anche in I Feel a Change Comin’On, ancora una citazione proveniente dai Basement Tapes e Planet Waves. Tra fisarmoniche sporche di sangue e di sudore. Di recente è venuto a mancare uno dei più insoliti e schivi organisti e fisarmonicisti, Danny Federici della E Street Band, ed è molto bello che proprio Dylan abbia riscoperto con grande passione l’amore verso uno strumento così legato alla tradizione di in un certo folk come quello dei Calexico, che tanto bene avevano suonato le sue canzoni riproposte sulla colonna sonora di I’m Not There, la quale a ben pensarci era una sorta di imbeccata verso il Maestro. In particolare David Hidalgo coi Los Lobos aveva riproposto in versione zydeco Billy #1. Si tratta di musica di confine, tra il Messico e la redenzione, sospesa tra cactus e nuvole. E già si è parlato di una vicinanza fra questo Dylan e Willy DeVille. Ritorna a livello testuale un'immagine che ossessiona e che Dylan ripropone spesso, quella di una porta: aperta, chiusa o solo immaginata. Uno dei momenti più convincenti del disco è It’s all good, dove energia, ironia e rinuncia confluiscono nel grande fiume dell’ispirazione dylaniana, mentre intorno a lui i palazzi crollano e il pianto delle vedove si mescola al sangue degli orfani. Le svisate di basso in stile Rick Danko dei The Band ci accompagnano in uno dei brani più significativi dell’opera, I Feel a change comin’on, un brano che speriamo di ascoltare presto anche in versione live. Cambiano le cose, cambiano i suoni e tutto sembra diverso. Però poi una voce, familiare, comprensibile arriva nelle nostre case, macchine, iPod e tutto il resto. È il nuovo disco di Bob Dylan, e soprattutto è la voce autentica dell'America che fu. La voce di una rara e devastata umanità che sembra vacillare, ma non cede di un millimetro, perché quella voce non può cantare la resa, e neppure il crepuscolo degli Eroi. È la voce della Gente, è la voce di una generazione che ancora non cede il passo alla sconfitta. Come ha detto RJ Eskow “Oggi Dylan non fa musica, lui è la musica!” Come dice Roy Menarini a proposito di Gran Torino, c’è un filo sottile che unisce la letteratura di Cormac McCarthy, il cinema di Clint Eastwood e i dischi di Dylan, sono questi autori gli ultimi bardi della “mitografia” di una Nazione. I dischi della Sun Records e della Chess, Elvis e Muddy Waters, Memphis e Chicago, Otis Rush e All your love, Willie Dixon e I Just Want To Make Love To You, Sam Cooke e A change is gonna come; insomma sembra davvero che ci sia il sangue del Paese nella sua voce! Dylan canta con la consapevolezza del sopravvissuto, al proprio mito, all’America dei Faulkner e dei Twain, di Melville e di Masters, è lui probabilmente l’ultimo discendente di una stirpe ormai estinta di cantastorie. David Hidalgo suona frasi di fisarmonica a mezza strada fra i trilli d’organo di Al Kooper e la senile e sontuosa mano di Auggie Meyers, ma non è solo la fisarmonica l’arma vincente di questo disco, le chitarre trattenute e distorte ad opera di Mike Campbell, sono cuciture di cuoio essenziali nel loro ricamo avvolgente. La seconda metà del disco si avvicina lentamente a pagine passate più elettriche e aggressive: c’è una maggiore presenza della chitarra elettrica e alla fisarmonica si sostituisce lentamente un violino country (in “This dream of you”) che non può che richiamare alla mente l’intensissimo e danzante “Desire” del ’76 (e in particolare Romance in Durango) ma anche le ballate meticce del compianto Willy De Ville.

Dario Greco (scritto nel 2009)


Cavalli di Ritorno al sole Dylaniano



Self Portrait (1970)

Esiste forse una categoria di persone più povere di spirito rispetto a quella del critico musicale o del critico in generale? Pensare oggi a Self Portrait, decimo lavoro in studio di Bob Dylan e secondo album doppio a distanza di quattro anni da Blonde on Blonde, ci fa pensare subito al film di Woody Allen Io e Annie, dove il solone di turno stroncava senza pietà la poetica di Federico Fellini. Perché a distanza di cinquant'anni ci sarebbe da capire il motivo per cui questo disco venne accolto con tanta ostilità! Eppure Dylan coadiuvato dall'abituale produttore Bob Johnston non fa altro che radunare il solito gruppo di lavoro, ancora una volta diviso tra le sessions di New York e quelle di Nashville. Mette dentro un po' di generi differenti, di musicisti in voga e di robusti e abili virtuosi che in studio erano abituati a sfornare dischi importanti e a collaborare con solisti di primissimo livello. Però qui qualcosa va davvero storto! Perchè dall'essere d'accordo con il saccente Greil Marcus al definire questo disco un capolavoro ce ne passa. Quindi scendiamo almeno di uno o due livelli, rispetto ai lavori che lo avevano preceduto e che già erano qualcosa di differente rispetto al trittico Bringing - Highway - Blonde, ma anche se si prende a modello un disco pienamente centrato come John Wesley Harding e il breve ma riuscito Nashville Skyline, vediamo che la differenza è subito evidente. Eppure, basterebbe andare oltre le svagate prime tracce e arrivare fino al cuore del primo disco, quello che va da Days of 49 passando per Let It Be Me fino a Living the Blues. Oggi un disco così verrebbe acclamato come un mezzo miracolo, ma in effetti qui siamo nel 1970 e i critici musicali stavano vivendo la loro stagione d'oro, come del resto anche l'industria musicale e quella dell'intrattenimento analogico. Quindi è importante calarsi bene nella parte, inforcare gli occhiali severi e spessi e dire che Dylan ha sbagliato tiro, permettendosi di cantare bene, di farsi accompagnare da bravi session men e di variare negli arrangiamenti, come mai aveva saputo fare fino a quel momento.

Self Portrait venne registrato in più sessioni svolte tra il 24 aprile del 1969 e il 31 marzo del 1970; vi presero parte un gruppo eterogeneo di musicisti, tra cui Al Kooper, Ron Cornelius, Pete Drake, Charlie Daniels, Kenneth Buttrey, Charlie McCoy, David Bromberg e naturalmente The Band, per le registrazioni live al Festival dell’Isola di Wight.

Questo disco è un manifesto programmatico di quello che il suo autore avrebbe continuato a proporre al pubblico e alla critica, durante i cinquant’anni a seguire. Dobbiamo essere onesti: i dischi di Dylan vengono incensati e stroncati senza che vengano ascoltati né assimilati. È appena accaduto anche con questo ultimo capolavoro, Rough and Rowdy Ways. Dopo un po' ci si stanca e si decide di staccare la spina. Anche perché ci pensa il tempo a riqualificare e ristabilire le gerarchie. Escono inediti e registrazioni alternative e ci mostrano un artista vivo e vegeto, che canta e suona meglio, concentrato. Soprattutto con Dylan venire abbagliati, sorpresi e spiazzati è all'ordine del giorno e del gioco e non deve affatto stupire. Basta aprire una rivista del cazzo o una testata hipster per leggere tutto e il contrario di tutto su un disco prodotto da Mr. Zimmerman. Eppure non ci vuole molto per capire che l'artista che diede alle stampe Self Portrait sapeva bene cosa aveva pubblicato. Possiamo dirci stupiti e batterci il petto, con aria affranta e frustrazione. Ma un artista finito non rilascerebbe a distanza di così poco un nuovo disco come New Morning, e non avrebbe tenuto a decantare per decenni quelle perle che oggi possiamo ascoltare sulla decima uscita dei Bootleg Series, Another Self Portrait del 2013.

Credi di conoscermi? Credi di capire che tipo di musica dovrei fare. Eccoti 24 brani, a riprova che non sai prevedere cosa farò. Quel che colpisce è il fatto che buona parte del disco riguardi luoghi dove è già stato o luoghi dove andrà in seguito. Si tratta di dispetti, scherzi d'autore e non mi stancherò mai di essere indignato per le parole che scrisse Greil Marcus. Quando non si capisce qualcosa bisogna avere il buon senso di chiedere o se non si è umili, sarebbe preferibile tacere. Il tempo è sempre un grandissimo gentiluomo e con Dylan, che ha mostrato sempre di dare del tu al concetto temporale, anche di più. Per onore di cronaca è importante dire che non tutti i critici nel corso degli anni si sono schierati contro questo disco, almeno non in modo così perentorio e demolitivo. Secondo Kim Ruhel redattore della rivista alt-country No Depression che Dylan ne fosse consapevole o meno, Self Portrait sembra essere solo l'ennesimo esempio di un lavoro in anticipo sui tempi. Il dato interessante è con quante voci qui riesca a cantare. Spazia infatti dal rock and roll, dal country al blues, infilando spesso cose un po' bizzarre, ma non per queste prive di valore o di interesse. Lo stesso utilizzo dei cori femminili e degli archi, per non parlare della sezione fiati, aiuta le canzoni e il suo interprete a mostrare tutto il suo bagaglio di influenze, curiosità e interessi compresi.

Toccanti e profonde sono poi le parole di Marc Bolan, musicista che si distacca dal coro delle stroncature affermando: "Belle Isle mi ha riportato alla memoria tutti i momenti di tenerezza che io abbia mai provato per un altro essere umano, e questo, nel panorama superficiale della musica pop, è davvero una grande cosa. Per favore, tutte le persone che scrivono amaramente di una stella perduta, ricordate che con la maturità arriva il cambiamento, così come la morte segue la vita”.

È interessante rileggere in una chiave retrospettiva alcune insinuazioni su un Dylan stanco e a fine corsa, che ironizzano tirando il ballo il titolo della prima traccia: All The Tired Horses. Nel 2021 dopo 39 dischi e innumerevoli live, pensare a un ventinovenne Dylan stanco strappa sicuramente più di un sorriso! Gli illustrissimi critici musicali Jimmy Guterman e Owen O'Donnell, nel loro libro del 1991 The Worst Rock and Roll Records of All Time sentenziarono: "Lo scioglimento dei Beatles poco prima dell'uscita di questo album segnò la fine degli anni Sessanta; Self Portrait segnò la fine di Bob Dylan". Insomma siamo alle solite: chi ha orecchie per intendere e per apprezzare, ascolti, ma la cosa che un po' lascia perplessi a fine disco, dopo oltre settanta minuti di musica è che ci siamo divertiti non poco. Merda o non merda, Self Portrait ha vinto la sua sfida contro il tempo e non è un disco dimenticato. Vi pare poco?

Dario Twist of Fate




 

Highway 61 Revisited Again



Highway 61 Revisited (1965)

How does it feel, How does it feel, To be on your own, Like a complete unknow, Like a rolling stone?

Highway 61 Revisited è uno dei dischi spartiacque della storia del rock. Solo che quando uscì il concetto stesso di rock, senza roll, non era ancora stato delineato e messo a fuoco. Non solo: c'è da compiere diversi passi indietro, sostenendo come all'epoca, molti dei nostri eroi e miti musicali, non si erano ancora manifestati, o non stavano lottando per ottenere successo. In effetti prima di quel 30 agosto 1965, c'erano solo Dylan (non ancora affermato in ambito di musica elettrificata) i Beatles, gli Stones (che erano poco più di una promettente blues band), gli Animals e i Kinks. Basta così. Una lista breve, concisa. Dopo le cose sarebbero invece cambiate, un po' per tutti, inclusi i fruitori di musica pop rock. Le ragioni? Semplici. Questo disco oltre a contribuire a gettare le basi dell'ascolto di un 33 giri conteneva due brani la cui durata era superiore ai sei minuti. Uno di questi fece la storia del rock. Si tratta di Like a Rolling Stone. Dylan può piacere oppure no, ma questo classico della popular music resterà per sempre nel tempo e negli annali. E non è semplice resistere al tempo e a un autore così importante e influente. La canzone che diede il titolo al disco è formidabile nella sua sintesi, sotto il profilo sonoro, quanto sotto quello testuale. Cosa c’è di più innovativo e al contempo classico di mettere in scena un dramma di ispirazione biblico dove troviamo Dio e Abramo in un surreale dialogo che ha come sfondo proprio la Highway 61. Si tratta in effetti di una vera strada che collega il Minnesota con New Orleans, passando per Chicago, St. Louis e Memphis. Ed è di cruciale importanza sottolineare come per il giovane autore questa strada che conduce a Sud fosse di ispirazione come metafora della musica blues e delle radici sonore e artistiche di cui Dylan si è sempre detto affascinato. Una sorta di trovatore e di antropologo un po’ naif, ma proprio per questo capace di coniugare il proprio pensiero musicale con un modo nuovo di fare musica, che fino a questo punto in pochi avevano davvero esplorato e tentato di portare alla luce. È un lavoro di sintesi, che a un orecchio poco allenato potrebbe apparire rozzo e poco definito. In realtà Dylan e i musicisti coinvolti diedero vita a un lavoro maiuscolo per la forma canzone e per i limiti stessi del genere in termini di crossover. Tuttavia il merito, nuovamente va suddiviso tra il suo autore e i protagonisti che presero parte a questo capolavoro. Come era già successo pochi mesi prima, ma stavolta con maggiore continuità, Dylan realizza un lavoro in studio elettrico. Coinvolge infatti un gruppo di musicisti che lo affiancano contribuendo in modo sostanziale alla riuscita dei brani. In cabina di regia subentra Bob Johnston a Tom Wilson, che aveva prodotto i primi dischi di Dylan, incluso quello della svolta elettrica, Bringing it all back home. Stavolta però le cose vanno in modo diverso, nel senso che ci sarà più spazio e campo per la sperimentazione e soprattutto per l'improvvisazione. Secondo alcuni sarà il caos a regnare sovrano in tutte le sessions, ma il risultato finale ci dice qualcosa di differente. Ci dice che questo è probabilmente il più grande disco mai realizzato in carriera da Bob Dylan.

“Non sarò mai più capace di fare un disco migliore di questo. Highway 61 è troppo buono, c'è un sacco di roba che io vorrei ascoltare, lì dentro", disse lo stesso Dylan al suo biografo Anthony Scaduto.



Nove tracce dove l'unica più debole From a Buick 6 è un roco e teso up-tempo in chiave blues che nel contesto farà da collante tra It Takes a Lot to Laught e Ballad of a Thin Man, brano indebitato nei confronti di Ray Charles con un testo killer e un riff di organo memorabile, uno dei tanti colpi vincenti messi a segno in questo lavoro da Al Kooper, sì proprio lui, quello che non poteva sedersi dietro l'Hammond per eseguire il famoso suono che contribuirà al successo del singolo Like a Rolling Stone. Dylan però oltre che essere in stato di grazia compositiva, ha anche due ferri di cavallo sotto le suole delle scarpe. In quel momento qualsiasi cosa tocchi, diventa oro! Come lo sappiamo? Basti ascoltare il Bootleg Series Vol.12 The Cutting Edge. Storta va, deritta vene, sembra essere il suo motto. Oggi con la critica revisionista tutto questo potrebbe essere bollato come dilettantismo, infatti durante il 2020 se la memoria non mi inganna nessuno è andato vicino dal realizzare un disco lontanamente accostabile ad Highway 61 di Dylan, ma questa è un'altra dannata questione!

Oh, Dio disse ad Abramo "Sacrificami un figlio" Abe disse "Amico, mi prendi in giro? "Dio disse "No", Abe disse "Cosa?" Dio disse "Puoi fare come vuoi Abe ma la prossima volta che mi vedi arrivare sarà meglio che teli" Allora Abe disse "Dove vuoi che avvenga questo omicidio?" Dio disse "Sulla Highway 61"

Cornice storica in cui venne registrato l'album

Anticipato dal singolo Like a Rolling Stone, pubblicato il 20 luglio 1965, Highway 61 Revisited estende la formula che si era già sentita su Bringing it all back home. A differenza del suo predecessore, con il quale condivide la base degli arrangiamenti blues, che determina almeno la metà del disco, qui trovano spazio un certo gusto per il pop, il doppio shuffle, ritmi discendenti stile Ray Charles e rock and roll. L’atmosfera e le vibrazioni dell’album riescono a catturare quello che stava accadendo durante quegli anni. Un suono umano e ruvido, come una copertina di Life, un discorso dove il senso di sfida e di consapevolezza si fa audace, visto che l’autore consapevolmente punta il dito verso tutto e tutti.

Secondo Joe Henry questo disco può essere paragonato a Citizen Kane di Welles e sul fronte musicale a incisioni come West End Blues e Now’s the Time, cambiando tutto quello che è venuto dopo. Per Bruce Springsteen “Quel colpo di rullante risuonò come se qualcuno avesse sfondato a calci la porta della tua mente. Un colpo di batteria che schiude un mondo, crea una storia che si fa leggenda. Secondo Uncut si tratta dell’evento culturale che ha cambiato il mondo. In questo disco c’è una aggressività di suono che segna un cambiamento deciso di rotta, dove a differenza di Bringing it all back home viene privilegiato un suono sporco, sbilenco, con gli strumenti molto vicini tra loro. Un aspetto questo, che se negli anni sessanta poteva risultare un errore, oggi ne fa aumentare il valore intrinseco. Il merito è in parte di Dylan e in parte del gruppo che lo accompagna. Qui troviamo infatti musicisti come Harvey Brooks, Sam Lay, ma soprattutto Mike Bloomfield e Al Kooper. Contribuisce solo per il brano Desolation Row, il pluristrumentista di Nashville, Charlie McCoy. Un breve film di 11 minuti e 18 secondi, secondo Tony Glover. È come se Billy Wilder venisse incontro allo stile surreale di Luis Bunuel.

Le cover di rilievo nel tempo

Pochi dischi contengono canzoni che sono state reinterpretate da altri artisti come Highway 61. Citiamo qui solo gli artisti e le versioni più importanti per questioni di spazio. Jimi Hendrix non ha mai nascosto l’influenza di questo disco e la prova arriva dalla sua versione di Like a Rolling Stone. Brano che è stato eseguito, tra gli altri, da David Bowie, Rolling Stones, Bruce Springsteen, John Mellencamp, Johnny Winter e Judy Collins. Vanno poi ricordate le cover di artisti del calibro di Nina Simone, Neil Young, Grateful Dead, Billy Joel, PJ Harvey e Linda Ronstadt, tra gli altri.

Considerazioni finali su Highway 61 Revisited

Non è il valore dei singoli brani o la somma di questo importante album a renderlo così celebrato nel tempo. Secondo il produttore e musicista Joe Henry, interpellato da Jon Bream per discutere di Highway 61: "Qui sembra di ascoltare persone che saltano fuori da un microfono. Questo avviene nei momenti migliore e nei solchi di un disco di valore assoluto. Il suono è totalmente elettrico e vivo, non si tratta di un documento con sigillo. Spesso Highway 61 mi fa questo effetto. Sembra che si stia ancora evolvendo, perché noi ascoltatori siamo così coinvolti, da evolverci mentre lo stiamo ascoltando. Non mi suona ancora come un progetto musicale concluso del tutto." Naturalmente tale dichiarazione va letta in un senso del tutto positivo che valorizza e aumenta le quotazioni di un disco che ha fatto e continua a fare epoca, nel contesto del rock d'autore. È innegabilmente uno dei lavori migliori di uno degli autori più influenti della storia musicale popolare del Novecento. Piaccia o meno, questo resta un dato oggettivo e fuori da ogni discussione di rilievo in campo musicale, testuale e di cornice storica. In attesa che venga scalzato dai nuovi autori di musica popolare e rock. Li attendiamo fiduciosi al varco, con la medesima aggressività che Dylan ha mostrato nelle liriche e nei suoi del suo capolavoro, Like a Rolling Stone.

"Ezra Pound e T.S. Eliot combattono nella torre di comando mentre cantanti di calipso li deridono e pescatori porgono fiori tra le finestre del mare dove amabili sirene nuotano e nessuno deve preoccuparsi troppo di questo vicolo della desolazione"

Dario Twist of Fate

 

Auguries of Innocence (Un’overdose d’amore)



Shot of Love (1981)

Vedere un mondo in un granello di sabbia e un paradiso in un fiore selvatico. Tenere l'infinito nel palmo della mano e l'eternità in un'ora.

Solo una sana e consapevole fede salva l'ascoltatore dalla negatività del giudizio critico, parafrasando Fornaciari. Il gospel è una questione di fede. Shot of Love, 21esimo disco in studio di Bob Dylan viene pubblicato il 10 agosto 1981. Ottenne la top ten nel Regno Unito, ma negli States non andò oltre la 33esima posizione in classifica. La produzione dell'album è affidata a Bumps Blackwell e Chuck Plotkin, uno degli uomini chiave in studio di registrazione di Bruce Springsteen. Nel disco lo si nota subito, c'è una moltitudine di musicisti e tecnici di talento. Da Ringo Starr a Tim Drummond, da Donald Dunn a Benmont Tench, da Ron Wood a Jim Keltner, da Steve Ripley a Carl Pickhardt. Questo è probabilmente uno dei lavori più fraintesi e sottostimati di Dylan, in termini assoluti. Qui si conclude la fase "religiosa" e si apre lo scenario "anni ottanta" del suo autore. Arrivati a questo punto Dylan si era costruito una reputazione per metà fatta da detrattori, haters e critici e per metà costituita da veri appassionati ed esperti della sua musica e delle sue canzoni. E' un disco da rivalutare e posizionare dove è giusto che stia, da ora in avanti. D'accordo: non sarà coeso e coerente come Infidels, non sarà cupo e compatto come Oh Mercy, ma resta una delle migliori opere realizzate dopo Blood on the Tracks e Desire e prima del grande ritorno di Time Out of Mind e "Love and Theft". Personalmente ritengo che il dovere del critico sia di vivisezionare e smontare un disco, per renderlo maggiormente fruibile a un più vasto pubblico. Di contro c'è però quello che fa un vero appassionato. E l'appassionato, lo dice la parola stessa: vive di passione. Nel caso di un lavoro che contiene una gemma come Every Grain of Sand, è facile capire da che parte stia il nostro punto di vista. Il mio approccio a questo lavoro si è rinnovato più volte nel tempo, tanto che per una strana casualità ne possiedo addirittura tre copie. La prima masterizzata con copertina fotocopiata in bianco e nero, la seconda cartonata e la terza presa per completare la discografia live in una confezione da cinque dischi che include Real Live e Dylan & The Dead. In origine il primo vero approccio a questo disco avvenne con l' ascolto del Greatest Hits 3 e dell'antologico Biograph. Ho iniziato ad ascoltare Shot of Love con 2-3 brani e ritengo che questo resti ancora oggi, a distanza di 40 anni, uno dei migliori approcci possibili. Canzoni come Heart of Mine o The Groom's Still Waiting at the Altar, ci mostrano un autore ispirato e che musicalmente non si è certo fermato in termini di scrittura a quello che aveva prodotto durante i 18 anni passati. Si tratta di un lavoro di transizione, che condurrà il suo autore verso un nuovo percorso sonoro e di scrittura. Per molti non è altro che un disco di routine. Sappiamo bene che però Dylan nel corso della sua lunga carriera ha ricevuto molte critiche e recensioni preventive, e in questo caso la disparità tra le recensioni e il prodotto finale, ascoltato in un contesto retrospettivo, appare evidente. Sia chiaro, come il lavoro che lo ha preceduto, non stiamo parlando di rivalutarlo e metterlo tra i capolavori. Non di meno, questo non è affatto "il peggior album di Dylan". O come sostiene il cecchino Lester Bangs: " Quello che troviamo in Shot of Love è il lavoro dell'operaio a giornata". Tipico commento insulso e immaturo di chi il disco probabilmente non l'aveva nemmeno ascoltato per intero, figuriamoci compreso e analizzato. Ancora Bangs: "Il problema è che il materiale non riserva nient'altro che una lettura superficiale, dato che la maggior parte dei brani risulta incompleta e non consequenziale." Davvero arduo comprendere da quale sentimento sia mosso il critico in tale invettiva, ma forse è il caso di passare oltre. Bob Dylan dirà di questo lavoro che la maggior parte delle critiche si concentra sul ruolo di Gesù e attribuisce il problema a Boy George e qualcosa di nuovo che sta montando in termini di trend e di nuovo approccio al pop rock. Vero o no, non trovare spunti di interesse in brani come Every Grain of Sand, In the Summertime, Lenny Bruce, Heart of Mine e la stessa title track, in un contesto odierno, appare davvero arduo. Ci troviamo davanti a un lavoro complesso, nuovo e con un sound che alla lunga resta un tentativo piuttosto sofisticato per un artista come Dylan. I cambi di accordi e la struttura musicale per certi versi si associano al futuro Empire Burlesque, ma è vero che il suo autore ha fatto centro conquistando pubblico e critica con canzoni dalla struttura e dai cambi di accordi piuttosto essenziali. Eppure in questa circostanza, merito dei musicisti coinvolti e specialmente del lavoro di Jim Keltner alla batteria e di Danny Kortchmar e Steve Ripley alle chitarre, possiamo sentire qualcosa simile alle sfumature di Thelonious Monk: il massimo livello di sofisticazione raggiunto da Dylan fino a Shadows in the Night del 2015. Resta il fatto che il Dylan del periodo Gospel ha un tiro e un groove pazzesco. La musica trasuda fuoco e zolfo, colori e luci sono accesi. È un delirio di bellezza (per chi vuole cogliere) abbagliante! Come abbiamo imparato però il Dylan allegro sovente crea disagio, rancore e antipatia nella critica militante. Il cantautore sa mettere d'accordo la critica quando si strugge e annichilisce la propria anima, ma quando il blues cede il passo alla gioia, il bravo recensore punta il dito e indica lo stolto Dylan. Trovare limiti e difetti in un autore 40enne che ha mostrato di essere in stato confusionale non è certo un merito e un sinonimo di competenza e di capacità critica. Per fortuna l'artista non si cura di ciò che pensa la critica, ma tira dritto per la propria strada. Sarà il tempo a decidere, ancora una volta. Il tempo qui dice che il disco contiene almeno un capolavoro assoluto, cioè Every Grain of Sand. E anche William Blake ce lo conferma.



La critica illuminata

È "forse il suo lavoro più sublime fino ad oggi", scrive Clinton Heylin, "la sintesi di una serie di tentativi di esprimere ciò che la promessa di redenzione ha significato per lui personalmente. Every Grain of Sand è una delle sue canzoni più intensamente personali, rimane anche una delle sue più universale. Descrivendo "il tempo della mia confessione, l'ora del mio bisogno più profondo", il brano segna la conclusione del suo periodo evangelico come autore di canzoni, qualcosa che la sua posizione in coda all’album riconosce tacitamente. Paul Nelson di Rolling Stone lo ha definito il Chimes of Freedom e Mr. Tambourine Man del periodo cristiano di Bob Dylan. Questo lavoro ha sicurezza e forza su tutta la linea, ma anche vulnerabilità. L'armonica meravigliosamente idiosincratica di Dylan ha trasformato in un archetipo che trafigge il cuore e inumidisce gli occhi. E, per una volta, i testi non ti deludono. Il cristianesimo dell'artista è palpabile e comprensibile. Per un momento o due, ti tocca, mentre i cancelli del paradiso si dissolvono in un'universalità che non ha nulla a che fare con la maggior parte dell'LP”. Paul Williams nel suo volume Bob Dylan Performing Artist The Middle Years afferma: "L'amore in Every Grain of Sand, sebbene saldamente radicato nell'esperienza di conversione di Dylan e nei suoi studi biblici, va immediatamente oltre il suo contesto per comunicare un profondo e provato spirito devozionale basato su esperienze universali. Dolore di autoconsapevolezza e senso di meraviglia o soggezione per la bellezza del mondo naturale. Tim Riley ha descritto Every Grain of Sand come "una preghiera che abita la stessa zona intuitiva di Blowin 'in the Wind, quasi un inno tramandato attraverso i secoli". Il critico Milo Miles ha scritto: "Questa è l'unica canzone di Dylan in 10 anni in cui esamina un paradosso della cultura pop (che le star leggendarie in particolare devono credere in ideali più grandi di loro) in modo più eloquente di qualsiasi altro artista. Anche Bruce Springsteen nel 1988 ha citato questo disco come uno dei suoi lavori migliori, stessa cosa che farà Elvis Costello, che lo inserisce nella lista dei 500 album essenziali per una vita felice. Forse il miglior brano di Dylan in termini assoluti. Per approfondire il discorso si consiglia di recuperare i Bootleg Series Vol. 1-3 e 13 (Trouble No More). Un’ultima cosa: questa è la copertina di Bob Dylan preferita da mio nipote Giorgio. Ascoltato a distanza di quarant’anni, Shot of Love sembra invecchiare piuttosto bene, come dell’ottimo whisky. E ora dite Amen. Amen!

"Ogni notte e ogni mattino alcuni nascono per la miseria. Ogni notte e ogni mattino alcuni nascono per il dolce piacere. Alcuni nascono per il dolce piacere, alcuni nascono per l'eterna notte."

Dario Twist of Fate


 

"Tempest" è il nuovo album di Bob Dylan

(Considerazioni scritte a caldo nel 2012)

A tre anni dal suo ultimo lavoro ritorna Bob Dylan. Ancora una volta, la terza, sceglie come data di lancio quel fatidico 11 settembre. Un mese frizzante, dove forse, dopo i fasti e le "monotone" litanie da ombrellone è più semplice apprezzare un lavoro di un artista del calibro di Dylan.

Tempest: un disco assoluto, bislacco e sardonico, come solo Dylan può fare. Una produzione brillante e inaspettata. Dopo due dischi musicalmente più ingessati e quasi privi di guizzi del suo genio musicale, (a parte quei quattro episodi maggiori presenti su Modern Times), è arrivata questa bella sorpresa. Un disco godibile, brillante, ma al contempo cupo, funesto. Tempest ti sa conquistare già durante il suo primo ascolto. Aspetto che forse non si verificava da "Love And Theft". Il 35esimo lavoro in studio che coincide anche coi 50 anni di carriera di Dylan, è stato prodotto ancora una volta con lo pseudonimo di Jack Frost nello studio di Santa Monica di Jackson Browne. Ancora una volta troviamo tra i più stretti collaboratori, Tony Garnier al basso e Charlie Sexton, che torna nella band e partecipa al disco, assieme agli ospiti David Hidalgo, che torna a suonare fisarmonica e violino, per la terza volta in un disco di Dylan. Da annotare anche il featuring con il paroliere Robert Hunter, storico collaboratore dei Grateful Dead e amico di Dylan di lungo corso. Dentro questo nuovo lavoro c'è dentro una bella girandola di figure e di personaggi nuovi da aggiungere all'affresco. William Blake, lo spirito di John Lennon, Al Pacino, Keith Richards, Ron Goulart, Leonardo Di Caprio, Louis Armstrong, Charlotte la prostituta, Maria la madre di Gesù, la Regina delle Fate e Cleopatra, fanno tutti da sfondo o da protagonisti al gran circo che mette in scena Bob Dylan.

C'è una nuova citazione a Charlie Chaplin, nel video di Duquesne Whistle, una nuova apprezzabile prova registica di Nash Edgerton, già autore dei precedenti "Must Be Santa" e "Beyond Here's Lies Nothin' ". Un disco lungo e coeso, 68 minuti, come non si sentiva dai tempi di Time Out Of Mind. Un sound che ricorda forse Love And Theft, ma con degli innesti e dei graffi più contemporanei ed efficaci, a livello di arrangiamento e di suono. La cosa che stupisce però è la qualità delle canzoni. Testi e musica. La band capitanata dalla chitarra di Charlie Sexton suona sugli scudi e dimostra, ancora una volta, che c'è sempre voglia e motivo per ascoltare questa Musica. Dylan ancora una volta dimostra la sua maestria nel sapersi districare tra musica ancestrale, testi visionari e controllo dei suoni. In cabina di regia c'è lui, ed è un bene. Nonostante qualche fan nostalgico possa ancora rimpiangere Daniel Lanois, è Dylan il capitano di se stesso in questa sarabanda di storie di mare, di terra e di ferrovie. Il western, le carovane, il fischio dei treni che passano sferragliando e che riusciamo davvero a sentire nelle chitarre di Duquesne Whistle, o nel blues nervoso di Narrow Way... Lasciatemi poi dire qualcosa della meravigliosa "Pay In Blood", la migliore hit dai tempi di Thing Have Changed. Con quell'incedere rock-blues alla Rolling Stones ("Tattoo You"), le chitarre ariose e la ritmica decisa e sensuale. Ed un testo ambiguo quanto basta. Ad un primo ascolto Long And Wasted Years, Scarlet Town, Tempest e Pay In Blood sono le canzoni che restano in testa. Tempest è la sintesi finalmente riuscita tra la sua anima vintage, espressa a più riprese nell’ultimo decennio, e la sfrontatezza folk rock dei suoi anni giovanili. Ci era andato vicino con Love And Theft e Modern Times, ma stavolta c’è riuscito davvero. Un disco che si nutre dell’eterno mito della frontiera americana, tirando fuori dalle viscere della terra dieci canzoni senza tempo. Rispetto al suo precedente lavoro, Together Through Life, questo è sicuramente più cupo, meno consolatorio. Trasuda vita, morte, sangue e fantasmi. La voce di Dylan pare provenire dall'aldilà, proprio come nel suo percorso blakiano di Time Out Of Mind. Scorrono, come in un flusso musicale a ritroso, tanti frammenti e riferimenti. Da Infidels a Blood On The Tracks, da Desire a Blonde On Blonde, da Highway 61 Revisited a Slow train coming. E' semplicemente Bob Dylan, che torna con un suo lavoro tra i più significativi ed importanti della sua carriera. Tempest si muove sugli stessi territori che erano già stati esplorati con Daniel Lanois in cabina di regia durante le sessions di Oh Mercy e Time Out Of Mind, ma ha un sound che ricorda più da vicino Modern Times e "Love And Theft", almeno nei suoi momenti migliori. Un disco lirico, provocatorio, ironico e apocalittico, in poche parole, un disco di Bob Dylan.

"Quest’uomo ha una personalità straordinaria, ineguagliabile. Lo puoi criticare, odiare per come stravolge i suoi brani storici, però l’immensità non si tocca" - (Stefano Bonagura)

"Fino a quando un uomo buono scriverà una grande canzone, questo treno continuerà la sua marcia" - (Paolo Vites)

Dario "Twist Of Fate" Greco


 

L’altra faccia della medaglia dylaniana



Another Side of Bob Dylan (1964)

"In posa militare, puntavo la mano verso quei cani bastardi che insegnavano, senza preoccuparmi del fatto che sarei diventato il mio nemico nel momento stesso in cui avrei cominciato a pontificare. La mia esistenza guidata da battelli in confusione ammutinati da poppa a prua. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso".
(Bob Dylan)


Non ci voleva poi così tanto a capire che l'artista che pubblicò il suo terzo album autografo (quarto in totale) era già una persona differente rispetto a quella che aveva composto un anno primo il suo disco più impegnato e politico. Forse il titolo non è il modo migliore per marcare la distanza e il cambio di passo, ma Another Side of Bob Dylan è senza dubbio la più convincente fotografia di un autore all'epoca 23enne che stava tentando di affrancarsi dall'immagine che gli volevano costruire attorno. Oggi basta fare qualche ricerca in rete per trovare una miriade di articoli, alcuni molto esaustivi, che tracciano la distanza tra il disco precedente e tutto ciò che sarebbe arrivato, da adesso in poi. Con le dovute differenze Another Side of Bob Dylan è molto più connesso e collegato alla trilogia elettrica e non ai due album autografi che lo avevano preceduto. In particolare troviamo testi e canzoni che hanno davvero molto poco a che vedere con il folk revival di cui Dylan aveva condivido idee, grammatica fondamentale e un certo radicalismo anni trenta. La netta distanza tra il brano che chiudeva The Times They Are A-Changin' e questo nuovo lavoro, appare evidente già dalle prime note e dal tono che accompagnano l'opening di All I Really Want to Do. Bisogna essere ciechi e soprattutto sordi, per non capire che è in atto un cambiamento epocale per l'autore di Blowin' in the Wind. Sia chiaro: Dylan non rinnega e non tradisce niente e nessuno. È solo andato oltre; ha gettato il cuore oltre l'ostacolo e ha vinto la sua battaglia personale. Qui infatti il giovane cantautore diventa un vero artista, affrancandosi dai movimenti e dal genere folk. Lo aveva detto a caratteri cubitali ed è bene riaffermarlo qui, in chiave retrospettiva.

"Qui dentro non ci sono brani che puntano il dito. Quei dischi li ho pubblicati e li difendo, ma in parte erano fatti per essere ascoltati, perché segnavano a dito tutto ciò che non va. Non voglio più scrivere per la gente, né fare discorsi. D'ora in poi voglio solo scrivere dal profondo di me stesso."
 



Un manifesto programmatico difficile da fraintendere. È vero che Bob Dylan tornerà su queste parole e saltuariamente sarà ancora quella "voce di protesta" che scrive "per la gente", ma è innegabile come con la trilogia composta da Bringing it all back home, Highway 61 Revisited e soprattutto con il capitolo finale, Blonde on Blonde, darà un taglio netto alle sue pagine passate. My Back Pages, appunto. Queste undici tracce possono disorientare, stordire e far gridare al traditore, ma sono il punto di vista di un giovane autore nel fiore degli anni. Non più quello stile narrativo con cui si era imposto, ma pura poesia astratta, dove trovano posto stati mentali impressionistici come il seguente:
“Attraverso il folle e mistico martellare dell'incessante grandine picchiettante. Il cielo faceva esplodere i suoi poemi in nuda meraviglia che il tintinnare delle campane della chiesa soffiava lontano nella brezza, lasciando solo campane di fulmini e il loro tuono che colpiva per i cuori nobili, colpiva per il mite, colpiva per i guardiani e i protettori della mente e dietro al pittore indomito prima che venisse la sua ora e osservammo i lampeggianti rintocchi di libertà.”

Riascoltare oggi e perdonare qualche sbavatura e alcuni passaggi che girano forse a vuoto, significa dare una dimensione del lavoro di un musicista che in appena cinque anni contribuiva a rendere più netto il cambiamento con tutto quello che l'America, la popular song e la musica poteva rappresentare. Diverse forze stavano ridisegnando lo stile di Dylan.

Un autore sensibile che dirà al suo biografo Anthony Scaduto: “Sapevo che i Beatles puntavano nella direzione in cui la musica sarebbe andata. Non volevo snobbare gli altri, ma per me loro erano la cosa.” Non è semplice scrivere e commentare un lavoro che ha fatto la storia della canzone d'autore e che forse per Dylan è stato il passo più audace della sua carriera. Qui infatti non avviene ancora la svolta elettrica, ma il modo di suonare e di interpretare i propri brani è nettamente diverso, più pop, più orientato verso un modo nuovo di fare dischi. Le canzoni a modo loro, siano esse i grandi capolavori o episodi minori e forse trascurabili, svolgono il loro ruolo. Incredibile, ma vero Another Side of Bob Dylan venne registrato in un’unica sessione. C’è un aspetto che bisogna sottolineare, la voglia di divertirsi e di divertire di queste canzoni. Eppure dietro certi bozzetti frivoli, l’autore infila scene e immagini da Apocalisse, ed è questa la sua abilità, la grande cifra stilistica di un giovane e audace troubadour. Come sottolineano Ric Ocasek e Ike Reilly Dylan esegue tutte le canzoni accompagnandosi solo con la chitarra acustica. E in questa occasione si tratta di arrangiamenti in grado di supportare seriamente melodia, testi ed esibizione. Si è detto poche volte che è un chitarrista acustico formidabile, ma in questa occasione è importante ribadire il concetto.

Perché c'è un vero calderone di idee, immagini e suggestioni in titoli come Spanish Harlem Incident, Ballad in Plain D o Motorpsycho Nitemare, sono episodi unici nel canzoniere dylaniano, figlie di quei turbolenti e suggestivi anni sessanta. Proprio in Motorpsycho Nitemare Dylan trae ispirazione dall'universo cinematografico di due registi come Federico Fellini e soprattutto Alfred Hitchcock ribaltando i principi cardine di Psycho.

La canzone è infatti una parodia ispirata alle barzellette di commessi viaggiatori, dove il protagonista si presenta in una fattoria in cerca di un posto dove passare la notte, solo per essere attirato dalle tentazioni della figlia del contadino. Dylan sposa le trame di base del film e scherza per creare un racconto umoristico con un accenno politico. Oggi forse alcune cose potrebbero apparire un po' naif e acerbe, ma furono da apripista per quello che sarebbe arrivato dal disco successivo a seguire. Fatto non trascurabile il brano Mr. Tambourine Man, non presente nella versione finale del lavoro, venne composta ed eseguita in una prima versione proprio per Another Side of Bob Dylan.

La critica lungimirante

David Horowitz definì le canzoni un fallimento assoluto di gusto e di consapevolezza autocritica. Dylan ammise nel 1978 che il titolo dell'album non era di suo gradimento. "Ho pensato che fosse troppo banale", ha detto, "mi ha creato un po' di problemi un titolo come questo".

Domanda da sempliciotto di periferia: "Era così difficile capire l'ironia di Dylan nel '64?"

Dici di cercare qualcuno che non sia mai debole ma sempre forte, per proteggerti e difenderti quando hai ragione o quando hai torto. Qualcuno che ti apra una a una tutte le porte, ma non sono io, babe.

Dario Twist of Fate

 

Ceremonies Of The Horsemen (Quel Dylan commerciale)

Planet Waves (1974)

“Così canta la tua glorificazione del progresso e della macchina del giudizio. La verità nuda è ancora proibita dovunque possa essere vista.”

Discutere e analizzare in termini retrospettivi alcuni dischi di Bob Dylan è una buona occasione per mettere meglio a fuoco la sua produzione in studio. Specialmente quando si tratta di commentare un album frainteso come Planet Waves del 1974. I più anziani di voi certamente ricorderanno la pessima abitudine di metà anni novanta di descrivere un artista e un prodotto artistico come "commerciale". Probabilmente questo termine prese piede per via del genere di musica dance, conosciuto nel nostro Paese proprio con il nome di Commerciale. Ecco, questo album all'epoca della sua uscita venne bollato come "il disco commerciale di Bob Dylan", mentre avrebbe potuto essere uno dei suoi grandi ritorni. In effetti ci sono molte novità e qualche sguardo al passato. Le due novità più rilevanti sono il fatto che questo disco venisse prodotto e registrato nella West Coast, durante un momento dove la musica californiana stava prendendo il sopravvento rispetto alla East Coast dove Dylan si era fatto conoscere e si era affermato. La seconda novità riguarda l'etichetta, non più Columbia, a Asylum Records, che significa in pratica David Geffen ed Elliot Roberts, due nomi che non hanno certo bisogno di presentazione. A queste due novità sostanziali bisogna inoltre aggiungere un elemento che collega questo disco con gli anni sessanta di Dylan, quindi un ritorno alle radici e al suo passato: Planet Waves vede come gruppo di accompagnamento The Band. Nonostante il sodalizio artistico tra Dylan & The Band risalga al 1965, questa è la prima volta e unica volta in cui il cantautore registrerà in studio un disco con gli ex-Hawks. È vero, c'era già stato The Basement Tapes, ma come sicuramente saprete quello non era nato come un progetto ben definito e comunque non è stato registrato in un vero studio. Le uniche sessions in studio con The Band sono quelle poi scartate da Blonde on Blonde, che spinsero Dylan e il suo produttore a lasciare New York per incidere a Nashville, ma quella è un'altra storia.

Planet Waves risente in termini di accoglienza critica di una duplice ostilità nei confronti del suo autore. Tuttavia il disco ottiene per la prima volta il numero uno in termini di vendite per il mercato statunitense. Le critiche sono tendenzialmente favorevoli, ma spesso fuori bersaglio. Si pensi ad esempio a questa affermazione da parte di Ellen Willis del New Yorker: "Credo che le parole siano intese come riempitivo, qui Dylan sta tentando di sottrarsi alla sua reputazione di poeta per farci concentrare sulla musica".

Quella che sembra una critica nemmeno così feroce, rispetto a quei buontemponi di Landau, Marcus e Marsh, è in effetti una delle considerazioni più errate di sempre. Prima di tutto Dylan non si reputa poeta e non ha mai affermato di scrivere per dare maggior peso alle parole. Questa è il punto di vista della critica, che durante gli anni abbiamo poi scoperto essere un po' impreparata sul discorso puramente sonoro. In pratica è facile prendere un disco di Dylan e scrivere qualche cartella sul presunto significato di questo e di quel testo. Che egli fosse un autore sfuggente e un po' enigmatico ci sono pochi dubbi, ma resta il fatto che nella maggior parte dei casi non abbia avuto un pari trattamento rispetto ai suoi illustri colleghi e questo considerando la sua importanza e la carriera longeva e ricca di successi, appare una questione difficile da comprendere, in termini retrospettivi.

Planet Waves non è quindi il sequel di New Morning, nonostante sia la prima vera raccolta di brani inediti pubblicata a tre anni di distanza da quel disco. Il valore dei testi e delle canzoni non ha bisogno di alcuna difesa d'ufficio. A parte il successo di Forever Young, diventata una delle canzoni simbolo del suo autore, bisogna citare brani di spessore come Dirge, Wedding Song e Going Going Gone. Di questo disco registrato durante il mese di novembre del 1973 bisogna dire che forse non è il suo lavoro più ispirato e coeso, ma contiene almeno metà dei brani che sono sopra la media, come Hazel, Never Say Goodbye e You Angel You. Certo, ci sono anche pezzi come On a Night Like This che potevano essere risolti meglio, ma qui era importante tornare sulla strada e riprendere da dove la giostra aveva lasciato esattamente ben otto anni prima.

Eppure questo Planet Waves spicca come lavoro, in quanto diverso rispetto agli altri. Più apertamente personale: un dilemma pratico ed estetico, del suo autore nei confronti della consorte. Un buon disco, a tratti notevole, a tratti trascurabile, ma comunque gradevole. Lavoro ragguardevole, ma strambo. Forse l'elemento di disturbo, ingombrante è proprio The Band, da cui francamente chiunque sia appassionato di rock si aspetterebbe qualcosa in più. Per Jim Beviglia alcune esecuzioni risentono infatti del "pilota automatico" innestato da Levon Helm, Rick Danko, Garth Hudson, Richard Manuel e Robbie Robertson. Ci sono momenti in cui questo lavoro è semplicemente fantastico, altri in cui sembra un po' rigido e messo in circolazione in maniera un po' frettolosa. Premesso che oggi un disco così sarebbe acclamato come un capolavoro assoluto, bisogna escludere dal concetto di pilota automatico gli incastri e le dinamiche che fanno di Going Going Gone, di Forever Young, di Hazel e di altre tracce che si avvalgono invece di esecuzioni importanti, oggi storiche per la canzone rock seventies. Dylan sta per tornare, e se anche fosse in una fase strana e "commerciale", che male c'è? Troviamo che il disco sia ben realizzato e con quattro brani che suonano tra le migliori di sempre realizzate in studio dal suo autore. Non tutti sanno che in questo lavoro c'è un omaggio e un debito verso uno degli autori chiave di Bob Dylan. Si tratta di Jack Kerouac e del suo meraviglioso Angeli di desolazione. Per chi fosse interessato consiglio la lettura del capitolo 15, prima parte, Desolazione nella solitudine. Detto questo, la cosa che ci crea un po' di rammarico, in questa occasione è la scelta del titolo. Nonostante Planet Waves sia un funzionale claim da copywriter, gli avremmo preferito il più suggestivo Ceremonies Of The Horsemen, una citazione dal brano del 1965 Love Minus Zero/No Limit.

Ci sono colori i quali adorano la solitudine, io non sono uno di loro. In quest'epoca di vetroresina sto cercando una gemma. La sfera di cristallo non mi ha ancora mostrato niente. Ho pagato il prezzo della solitudine, ma finalmente non ho più debiti.

Dario Twist of Fate

Le profezie di Ezechiele secondo Dylan

The Times They Are a-Changin' (1964)

Provate a immaginare la scena. Un giovane cantautore non ancora 23enne lancia le proprie invettive contro un cielo plumbeo, minaccioso, nefasto. Il terzo disco in studio di Bob Dylan risente fortemente del clima in cui gli Stati Uniti d'Americano erano piombati durante quel fatidico autunno del 1963. Il presidente Kennedy era stato assassinato appena sei settimane prima della pubblicazione di The Times They Are a-Changin' e il musicista che diede alle stampe il suo primo disco completamente autografo sente il peso e la responsabilità di un momento così drammatico, privo di speranza. Una premessa doverosa per un disco che ascoltato oggi manca un po’ del pathos e della leggerezza a cui Dylan ci ha abituati nel corso dei molti episodi maggiori della sua carriera.

Disco importante per un artista poco più che ventenne, ma già in grado di incarnare, più di tutti, il senso dell'epoca che sta attraversando. Le registrazioni risalgono a un periodo che va dal 6 agosto al 31 ottobre 1963, motivo per cui il disco pur risentendo del clima politico e sociale di quel periodo non dovrebbe avere riferimenti diretti alla storia recente del Paese in cui è ambientato. Sono proprio i temi, i riferimenti biblici e il tono serio a creare un corto circuito di cui il giovane autore faticherà ad affrancarsi completamente per lunghissimo tempo. Ancora oggi in Italia e in Europa ci sono ambiti dove l'equivoco politico e politicizzato permangono e sono probabilmente uno dei motivi per cui i dischi e la musica di Bob Dylan sono ritenuti, a torto, materiale valido per una certa parte di utenza e di ascoltatori. Con questo non intendiamo dire che Dylan è un autore bipartisan o politicamente ambiguo, ma che non ha certo impostato la propria carriera artistica sull'impegno politico e partitico. Ugualmente c'è da dire che questo terzo disco risulta ancora oggi, dopo oltre 50 anni il lavoro più radicale e innodico per una generazione.

Non è servito il tempo e i molti riferimenti nella cultura di massa per rendere questo disco qualcosa di meno vincolato al momento storico in cui è stato realizzato e pubblicato. Eppure vi sono titoli e testi che potrebbero parlare di molte cose diverse. L'ambiguità dei testi di Dylan è leggendaria, ma questa volta, salvo casi isolati, appena poggiamo la puntina sul vinile ci scorre davanti un'istantanea dei primi anni sessanta. Il ché non è necessariamente un male, anche se preferiamo pensare a Dylan come a un autore universale, senza tempo, eterno. Dylan il profeta, l'autore che flagella la propria coscienza e che è più maturo rispetto ai suoi dati anagrafici. Un disco che però si fa fatica ad ascoltare per intero, a differenza del precedente The Freewheelin' o dei lavori che lo seguiranno. Resta questa immagine seria e alcune delle più azzeccate metafore mai enunciate da un cantante fino a quel momento. Ogni brano, sia esso di denuncia o di protesta, ha un senso ed è perfettamente a focus, eppure c'è qualcosa nell'inflessione della voce e nelle note di chitarra che fanno pensare a tematiche troppo serie per essere ascoltate in un normale giorno di pioggia, di sole e di vento di una timida primavera come quella che stiamo attraversando.

“Sapevo esattamente cosa dire e a chi dirlo. Volevo scrivere un grande brano, una sorta di pezzo simbolo con versi brevi e concisi, accumulati in modo ipnotico l'uno sull'altro.”

Di Dylan potrebbe dirsi che è stato uomo per tutte le stagioni, come accezione assolutamente positiva. Eppure questo giovane ventitreenne che si affaccia alla canzone di protesta appare così sicuro e consapevole di un ruolo non certo semplice. Ha dalle sue la spavalda certezza dei vent'anni ed è un artista con una missione, come raramente sarà nell'arco della sua lunga carriera. Il terzo disco che contiene solo materiale autografo è lavoro serio, perentorio che suona davvero biblico. Le sue più che canzoni, sembrano essere canti di chiesa. Una chiesa laica e politicamente impegnata, ma che risponde a criteri piuttosto precisi, codificati. Un giovane ossessionato dal folk, che non nasconde le proprie influenze e che ammette di aver preso in prestito alcune melodie da vecchi brani irlandesi e scozzesi. Due esempi su tutti sono quelli di Restless Farewell dal tradizionale The Parting Glass. Mentre la melodia di With God on Our Side proviene da The Merry Month of May. La stessa title track ha qualcosa di già sentito, visto che affonda nelle radici della tradizione. Aspetto che anziché penalizzarne il valore, lo accresce, rendendo il brano riconoscibile e semplice da memorizzare. Dal punto di vista squisitamente sonoro e musicale il disco è tanto scarno quanto solenne. Tuttavia non mancano i lampi di luce e di brio in un album che è principalmente cupo, teso, vibrante. Tra le cose più solari, troviamo un brano arrembante come When The Ship Comes In, che secondo la critica musicale deve qualcosa al brano Seeräuberjenny (Jenny dei pirati) composto da Kurt Weill su testo di Bertolt Brecht. Dieci brani dove oltre alle già citate spiccano composizioni come One Too Many Mornings, una delle rare canzoni non dichiaratamente politiche del disco, assieme alla splendida Boots of Spanish Leather, una sorta di remake di Girl from the North Country. L'impegno torna protagonista in brani come The Ballad of Hollis Brown, ballata amarissima che narra le vicende di un contadino del South Dakota che travolto dalla disperazione e dalla povertà uccide prima la moglie e i figli e infine sé stesso. Non è un caso se questo brano ha ispirato molti anni dopo il regista David Lynch che realizzerà una cover di questo brano per il suo disco The Big Dream del 2013. Troviamo poi canzoni che faranno epoca come The Lonesome Death of Hattie Carroll, ancora un brano su un omicidio e una grave ingiustizia da denunciare, Only a Pawn in Their Game, dedicata all'attivista dei diritti civili Medgar Evers, ucciso il 12 giugno del 1963 a Jackson, Mississippi. Da segnalare anche il brano North Country Blues, tipica ballata del Minnesota, dove a raccontare questa storia di lavori in subappalto nell'Iron Range, per la prima volta troviamo una protagonista femminile. Radici folk profonde per un pezzo ancora una volta drammatico e teso.

"Venite scrittori e critici che profetizzate con le vostre penne e tenete gli occhi ben aperti, l'occasione non tornerà. E non parlate troppo presto perché la ruota sta ancora girando e non c'è nessuno che può dire chi sarà scelto. Il perdente adesso sarà il vincente di domani perché i tempi stanno cambiando."

Resta da dire della title track. Probabilmente una delle più famose canzoni di Bob Dylan. In molti ritengono che catturi lo spirito di sconvolgimento sociale e politico che ha caratterizzato gli anni '60. A chiudere il cerchio, confermando le tesi secondo cui Dylan è uno dei maggiori autori della sua generazione, ci penserà il monumentale brano Murder Most Foul, pubblicato come singolo nel 2020 e che farà poi parte del disco Rough and Rowdy Ways. Il brano tratta dell'assassinio del presidente John F. Kennedy nel contesto della più ampia storia politica e culturale americana. Come a dire che dopo quel fatidico 22 novembre 1963 qualcosa cambiò per sempre nelle vite di chi era presente. I tempi sono cambiati, nuovamente. Per completezza si consiglia di ascoltare i primi due volumi di The Bootleg Series 1-3, visto che molti outtakes di valore assoluto provengono proprio dalle sessions di The Times They Are a-Changin'. Chiude il disco un contenuto unicamente testuale. Si tratta del poema che si trova sul retro del vinile: 11 Outlined Epitaphs. Quasi a dire che il ragazzo avesse ancora delle cose da dire… oltre alla mitragliata di parole già contenute nelle sue dieci canzoni da consegnare alla Storia.

Lavoro importante e indispensabile, ma che raramente lascia spazio all'immaginazione e concede tregua rispetto a una rovina imminente. Tra le sue qualità troviamo la capacità di prevedere quel che accadrà 50 anni dopo. Non sempre la musica deve essere qualcosa di piacevole da ascoltare, quando ci sono dentro parole di questo valore assoluto. Uno dei dischi più ostici da ascoltare di Dylan, ma che vale comunque lo sforzo. Soprattutto in momenti drammatici come quelli che stiamo vivendo.



Dario Twist of Fate

Andammo a vedere il Drugo (New Morning)

- Eh, dimmi, come ti vanno le cose?
- Qualche strike e qualche palla pesa.
- Come ti capisco!
- Ah. Grazie, Gary. Beh tu stammi bene. Torno alla partita.
- Certo. Prendila come viene.
- Sì. sì.
- So che lo farai.
- Sicuro, Drugo sa aspettare.

- Lunario musicale del Lockdown (Speciale Maggie's Farm) -

Secondo un modo di pensare convenzionale, è più semplice scrivere di argomenti che ci appartengono e che ci stanno maggiormente a cuore. Personalmente ritengo sia un luogo comune da sfatare. New Morning di Bob Dylan è uno dei motivi per cui mi sono avvicinato a questo autore. Era il 1998 e al cinema usciva il film dei fratelli Coen, Il grande Lebowski. Io avevo diciannove anni e mi trovato a Roma quando la pellicola venne distribuita in Italia. Purtroppo tra le città dove il film uscì non c'era Cosenza, quindi dovetti aspettare che venisse riproposto per una rassegna di cinema d'essai in seconda visione.

Ero già un discreto appassionato di film e tra i miei preferiti c'erano proprio i Coen assieme a Kubrick, Scorsese, Lynch, Polanski e Quentin Tarantino. Dei Coen avevo amato e mandato a memoria i vari Arizona Junior, Barton Fink, Blood Simple e soprattutto Fargo. Non sapevo niente di questo nuovo film, ma appena vidi il suo manifesto intuii che aveva del potenziale per essere qualcosa di diverso, nuovo, divertente e stimolante, almeno per uno come me. Di Bob Dylan sapevo che era un grande autore di testi e di canzoni, ma non lo ascoltavo ancora, o meglio, conoscevo quei 15-20 pezzi che per cultura personale e distratta, mi era capitato di beccare, in film, nei passaggi radio o in trasmissioni tv a tema musicale tipo Help di Red Ronnie. Ok, sto divagando. Flashforward: ho visto e rivisto Il Grande Lebowski e grazie a una VHS mando a memoria il brano che accompagna i titoli di testa del film. Si tratta di The Man in Me. Un pezzo "minore" di Dylan, solo che qui non sembra il cantante che aveva imparato a distinguere. È un cantante diverso, con un piglio allegro, quasi ironico. Da qui in poi gradualmente cado nel vortice e nel pentolone come un gallo da combattimento in preda al folk-blues. Grazie a un amico comune recupero un po' di LP e mi metto sul mio giradischi Philips che in quel momento fa ancora il suo sporco lavoro. Ascolto quindi dischi come Infidels, Nashville Skyline, Another Side of Bob Dylan e soprattutto New Morning. BOOM! Mi piacevano già alcune cose come Eric Clapton, Sting, R.E.M., Neil Young e aveva iniziato ad appassionarmi a Bruce Springsteen grazie a dischi come The River e Born to Run. Però l'effetto che mi fece un disco sulla carta tranquillo e "minore" come New Morning di Bob Dylan, pubblicato il 21 ottobre del 1970, me lo fecero poche cose. Da lì fu una ricorsa matta per reperire tutti i dischi, le musicassette e i cd possibili di Dylan. Ricordo che mio fratello aveva registrato una trasmissione su Rai 3, Schegge, dove c'era una porzione di uno speciale tv del 1976, HARD RAIN. Un vero battesimo del fuoco sacro dylaniano per me.

New Morning non avrà il passo dei capolavori anni sessanta e non sarà un disco che cambiò la storia della musica, ma cambiò la mia vita, ed è per questo che ve ne parlo con sentimento e a cuore aperto che sgorga emozione, ricordo, rabbia e tensione. Prima di tutto non ci sono brani troppo lunghi. Quindi se uno è leggermente curioso se lo può ascoltare e riascoltare anche 3-4 volte al giorno. Questo è un approccio che mi direte si può applicare anche ad altri dischi, non solo di Dylan, ma di tutto il pop minimale fini sessanta e inizio settanta. Purtroppo però non sono un fan di Cat Stevens o di James Taylor e scoprirò Elton John solo diverso tempo dopo. Conoscevo già Joe Cocker e quando recuperai alcune sue cose mi fece piacere ascoltare la sua versione un po' reggae di The Man in Me. Oggi so che questo disco nasce da diversi approcci, tra cui la composizione di una colonna sonora teatrale per un pièce di Archibald MacLeisch dal titolo Scratch. Leggo con piacere uno dei capitoli più ispirati di Chronicles - Volume 1, dedicato proprio a questo disco di transizione.



Tuttavia per essere un album meditativo e di transizione, New Morning ti colpisce e ti abbaglia. Non ci sono riempitivi, le canzoni sono ben eseguite e arrangiate. C'è Al Kooper assieme a uno stuolo di musicisti e sessionmen di primordine e per l'ultima volta il suo autore viene prodotto dal capace e tranquillo Bob Johnston. Si torna a New York negli studi B ed E della Columbia con un pugno di brani coerenti. Non ci sono le stravaganze hipster degli anni sessanta, ma troviamo comunque il bell'affresco beat di If dogs run free, una canzone del repertorio maggiore come If Not for You, che vanta alcune cover illustri come quella di George Harrison e di Bryan Ferry, oltre la title track, la già citata The Man in me e un nucleo di canzoni che vanno ad arricchire il songbook dylaniano dopo le prove incerte (a livello di critica) di Nashville Skyline e soprattutto di Self Portrait. Personalmente sono trascorsi più di vent'anni da quando la puntina del mio giradischi si poggiò su New Morning, ma lo ascolto come allora e ne traggo piacere. Durante gli anni il valore di questi dischi di transizione è notevolmente aumentato, grazie a cover, antologie e all'uscita del Bootleg Series Vo. 10 Another Self Portrait. Di questo disco ci sono canzoni che porto nel cuore: Went to See the Gypsy, che si ipotizza fosse un omaggio a Elvis, e poi ancora, Three Angels e Sign on the Window. Ricordo di aver assistito al soundcheck del cantautore Mimmo Locasciulli, dylaniano doc, il quale per scaldarsi e per provare microfono e voce eseguiva all'epoca questo pezzo. Ecco, questi sono quei ricordi marchiati a fuoco nella memoria. Tatuaggi sonori che il tempo non cancellerà mai, finché ci sarà spazio per raccontare la poetica di un disco brillante e solare come New Morning di Bob Dylan. Non un capolavoro, ma qualcosa di più di un amuleto portafortuna per il sottoscritto.
 

Dario Twist of Fate


Se ti è piaciuto questo post ti invitiamo a visitare il Lunario Musicale del Lockdown:

http://thewildtheinnocentandthesaint.blogspot.com/

 

Dark side of the American Pie (Pt. 3)

Impressioni sul brano "Murder Most Foul" di Bob Dylan


Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me,
I'm not sleepy and there is no place I'm going to.
Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me,
In the jingle jangle morning I'll come followin' you.

Ci sono Shakespeare, Allen Ginsberg, Lee Harvey Oswald e una miriade di rimandi e citazioni, in questo nuovo brano pubblicato, a sorpresa, il 27 marzo da Bob Dylan. Murder Most Foul, questo il titolo di un nuovo capitolo della saga dylaniana, partita nel lontano 1962 con le prime due canzoni scritte di proprio pugno, Talkin' New York e Song to Woody.

Il testo nella prima parte racconta dell'omicidio di JFK avvenuto a Dallas, nello stato del Texas, quel maledetto 23/11/1963. Un'ossessione tipicamente americana, visto che anche lo scrittore horror Stephen King, vi dedicherà un pregevole romanzo di fantascienza, pubblicato nel 2011, che avrà in seguito una riduzione televisiva, realizzata da J. J. Abrams nel 2016, con protagonista James Franco. Da ricordare anche il monumentale affresco filmico realizzato da Oliver Stone. nel 1991, con un cast all-stars, guidato da un Kevin Costner in stato di grazia. Ma sto divagando!


"Murder Most Foul" è la prima nuova canzone autografa di Dylan in otto anni: un affascinante ritratto sul quadro storico dell'assassinio di JFK, ricco di dettagli culturali pop e che fotografa, in modo nitido, il terrore apocalittico e il mutamento sociale dell'epoca. Una ricca e struggente cavalcata, dove il Nostro non lesina uno stile dichiaratamente in debito nei confronti di Allen Ginsberg e della poesia beat. Bob Dylan avrà forse percepito che era giusto pubblicare questo brano, proprio ora che il mondo è alle prese con la pandemia da Covid-19. Lui, più di altri, con il tempo e con la storia, ci gioca da anni. Strano poi notare come ci sia stata simultaneità, per questo brano, pubblicato lo stesso giorno in cui Papa Francesco prega per la fine dell’Epidemia. Bergoglio prega sotto una dura dura pioggia, in un clima da Giudizio Universale, che pare davvero fare da contraltare a una canzone apocalittica del Dylan anni sessanta, settanta e novanta (sì, ometto di proposito gli anni ottanta!). Non sarà il più grande intellettuale in vita, ma di sicuro è tra gli artisti più influenti della sua epoca, ed è ancora in vita. È un brano evocativo e di rara potenza, almeno a livello testuale.

Una sorta di Requiem, sul sogno che tramonta. Sull'America idealista degli anni sessanta, che ha sicuramente un legame forte e una connessione con l'attualità. Non può essere un caso che questa canzone, presumibilmente in archivio da anni, sia apparsa proprio oggi, dopo le dichiarazioni di Donald Trump: un leader politico in cui Bob Dylan non può certo rispecchiarsi, né riconoscersi. La morte che sfida la vita, la rassegnazione contro la speranza. Ed è tutto racchiuso nei versi finali:

Play darkness and death will come when it comes
Play "Love Me Or Leave Me" by the great Bud Powell
Play "The Blood-stained Banner", play "Murder Most Foul"


Una perfetta e circolare chiusura del cerchio, con un brano che per certi versi sembra ricordare e citare un altro pezzo epico ed epocale. Un brano sulle speranze e sui sogni di una generazione, all'epoca forte dell'energia vitale della giovinezza:

With all memory and fate driven deep beneath the waves,
Let me forget about today until tomorrow.


Che sia questo un congedo definitivo per il cantautore Premio Nobel per la letteratura 2016?

Dario Greco

John Wesley Harding - Il rock biblico secondo Dylan

Mi ritiro dalle scene per produrre rock biblico
Durante il dicembre 1967 Bob Dylan diede alle stampe il suo ottavo lavoro discografico, John Wesley Harding.


Prodotto da Bob Johnston e registrato nuovamente a Nashville, con un ristretto gruppo di musicisti, dove ritroviamo Charlie McCoy al basso, Kenneth Buttrey alla batteria e la pedal steel guitar di Pete Drake in due brani. Il resto lo fa Dylan che suona chitarra, piano e armonica. E' un lavoro diverso rispetto ai tre dischi elettrici che l'hanno preceduto. Anche a livello testuale e tematico vi sono differenze sostanziali. Troviamo in questo contesto dodici brani, sei per facciata, dove la traccia più lunga, The Ballad of Frankie Lee and Judas Priest non va oltre i 5 minuti e 35 secondi.

Da quando il suo autore ha iniziato a produrre dischi autografi, non era mai accaduto che desse alle stampe un numero cospicuo di canzoni tanto brevi. In un paio di occasioni scendiamo sotto la soglia dei due minuti e mezzo, segno che qualcosa era cambiato nella scrittura. Del resto questo lavoro arriva dopo l'incidente motociclistico e dopo che Blonde on Blonde aveva concluso la prima parte della sua carriera musicale. La cosa incredibile sta nel fatto che Dylan non torna indietro alle incisioni che lo avevano mostrato al pubblico. Il disco è una virata sul country e contribuisce a gettare le basi per il concetto del back to the roots, di cui oggi si continua a parlare. Nonostante i suoi testi siano stati altre volte influenzati da riferimenti biblici, in particolare The Times They Are a-Changin' del 1964, in questa occasione possiamo davvero parlare del primo disco di rock biblico della storia. Anche stavolta il tempo viene in nostro soccorso, in un contesto di analisi retrospettiva, ma dobbiamo tentare di immedesimarci su cosa volesse dire dare alle stampe alle soglie del 1968 un disco così "conservatore" e nel contempo capace di andare oltre i fronzoli e la psichedelia imperante di quel momento particolare.

Questo è un disco che è rimasto, mostrando il suo valore nel tempo e per il tempo. Non si tratta di limitarsi a citare un classico come All Along the Watchtower, che certamente merita un posto privilegiato non solo per ciò che riguarda il suo autore, ma per la storia della canzone rock. È un disco seminale e importante per il suo autore in primis e poi per l’intero trend della canzone d'autore. Da questo momento in poi prenderà piede e si delineerà un nuovo stile di composizione dei brani, il quale dimostra come Dylan tornando sulle scene, sia capace di dettare una linea da seguire. Certo, lo farà altre volte, ma qui ha ancora la forza e la tenacia della giovinezza. I dodici brani che compongono l’album, tra citazioni bibliche e modi di dire del linguaggio parlato, sono tutti esemplari e daranno idee a una schiera di artisti e musicisti, di diverso genere, che andranno ad attingere a questo tipo di canzoni. Da Jimi Hendrix a Patti Smith, da The Black Keys ai Judas Priest, che prenderanno il loro nome proprio dal brano di Dylan, gli esempi ancora una volta si sprecano. In pratica siamo di fronte a un lavoro coeso, ispirato e musicalmente brillante nella sua dichiarata semplicità. Non è un caso se questo disco è considerato un album di svolta. L’artista che torna a pubblicare dopo un anno e mezzo è molto diverso. Questi brani sono sogni che si rivelano, in qualche luogo del passato, per il loro minimalismo centrato, da autentico cecchino della canzone. Ora, se è vero che i sogni sono dal principio un elemento importante per la scrittura dylaniana, è evidente come qui vi sia una predominante indeterminatezza piena di simboli e di significato. Le canzoni hanno la capacità di aprirsi in molte direzioni e di essere letti secondo differenti prospettive interpretative. Un lavoro innovativo e sorprendente, specialmente se messo in relazione alla semplicità degli arrangiamenti eseguiti con una strumentazione così scarna e al contempo particolare. C’è qui una vera rinascita, che arriva attingendo in modo consapevole dalle sorgenti del materiale originale.

Si gioca di sottrazione, ma questo non significa produrre un lavoro lontano anni luce dalla trilogia Bringing /Highway 61/Blonde, semmai si parla di dare un degno seguito a una fase caratterizzata da capolavori di livello eccezionale. Le preferenze, escludendo i due brani chiave, All Along the Watchtower, vero fulcro del disco e la conclusiva I’ll Be Your Baby Tonight, che già anticipa nei toni Nashville Skyline, sono del tutto personali e soggettive. La title track è senza dubbio una canzone semplice e ispirata. Si passa così a una sequenza come As I Went Out One Morning, I Dreamed I Saw St. Agustine, Drifter’s Escape, Dear Landlord e Down Along the Cove, che mostrano un Dylan capace come interprete e come scrittore. La voce funzionale e duttile rispetto al valore dei brani fa un tutt’uno con la sezione ritmica che accompagna questo disco in modo adeguato. Come se non bastasse si tratta di uno degli album meglio invecchiati, a livello musicale, viste le scelte minimali e bucoliche. Siamo infatti dalle parti dell’alt country contemporaneo. Oggi possiamo ascoltare le belle incisioni alternative presenti sul volume antologico The Bootleg Series 15 – Travelin’ Thru per farci un quadro più esaustivo e per riprendere in mano questo grande affresco minimale che è John Wesley Harding.

Dedicare un disco al Vecchio Testamento potrebbe forse sembrare una cosa eccessiva, oggi. Eppure in un decennio turbolento e un po' folle come gli anni sessanta, sembra quasi un'idea innocente e una metafora di protesta, come quella dei molti personaggi che affollano queste canzoni e le sue liriche. Dylan era ancora al top e la sua ispirazione parte proprio dalla Bibbia fino a raccontare di fuorilegge, di amori e follia, tutti temi cari all’autore. Sembra una sorta di profeta sceso dalla montagna per narrare le sue dure verità. Un comportamento che oggi potrebbe sembrare eccentrico ed esagerato, ma che sembra essere in linea con il personaggio di quel momento. Una ricerca di spiritualità che avrebbe accompagnato il suo autore nel corso della sua lunga e ricca carriera. Per fortuna in questa occasione molte critiche furono lungimiranti e obiettive, indicando questo come uno dei suoi dischi migliori, seppur diverso, all'interno di una discografia che fino a quel momento non aveva mostrato ancora alcun segno di cedimento, a livello di ispirazione e di furore poetico. Citiamo, tra le altre cose, "l'omaggio" al poeta Wystan Hugh Auden di As I Walked Out One Evening. Dylan nella sua As I Went Out One Morning canta di un uomo che offre una mano a una donna in catene, ma si rende conto che lei vuole più di quello che offre e che intendeva fargli del male. Appare un personaggio identificato come Tom Paine, il quale "le ordina di arrendersi" e si scusa con il narratore per le azioni della donna.

Gli scivoloni sarebbero arrivati a breve, ma durante quell'ultima settimana del 1967 Dylan e la Columbia poterono ancora una volta usufruire di una critica attenta, obiettiva e capace. Le cose sarebbero repentinamente mutato, ma non è questo il momento. La Bibbia è la stoffa con cui sono fatti i suoi testi migliori, come questi. Come ci ricorda Northrop Frye, si tratta del Grande Codice della letteratura occidentale. Bob Dylan che conosceva queste sfumature già nel corso della sua giovinezza, continuerà a farne tesoro lungo una ricca carriera costellata da successi, quasi tutti meritati, a nostro parere.

Non il capolavoro definitivo in cui il pubblico sperava, ma un tassello fondamentale per quello che sarebbe venuto nei decenni successivi. Fondamentale per la carriera del suo autore. Dico bene?

Dario Twist of Fate

Slow Train Coming irrompe sulla scena Gospel (1979)

Il mio nemico indossa un’aureola di decenza

Bob Dylan è sempre stato un genio nel sottoporci il suo apparato immaginifico e nel farci provare certi sentimenti mostrandoci delle immagini ben precise. Così abbiamo questa idea del lento treno che sta arrivando, come metafora ideale volta a introdurre un nuovo tema, che sarebbe diventato il leitmotiv della fase Gospel durata due anni e mezzo lungo i quali Dylan darà alle stampe tre nuovi album con composizioni inedite. Visto oggi, attraverso un punto di vista retrospettivo, tutto ci appare differente, più semplice da recepire e da commentare. A quel tempo invece era più una cosa tipo: “Bene, ci siamo giocati Dylan. Lui farà questi album cristiani per sempre.” Abbiamo visto invece da vicino gli effetti sui fan dei cinque dischi dedicati al Great American Songbook (periodo Sinatra) e di come anche questa fase sia stata accolta con fastidio da parte di alcuni fandom del cosiddetto zoccolo duro. Il punto della questione è che il nostro autore, raramente è venuto incontro ai bisogni e ai desideri del pubblico. Tuttavia, se oggi il 79enne musicista del Minnesota ha tracciato un solco indelebile nella canzone nordamericana del secondo Novecento, le cose stavano diversamente in quell’estate del 1979. Bisogna capire il contesto in cui un disco come Slow Train Coming vide la luce. Registrato ai Muscle Shoals Sound Studio di Sheffield, Alabama e prodotto da Jerry Wexler e Barry Beckett questo disco si segnala come uno dei migliori lavori, a livello tecnico ma pubblicati da Dylan. Il merito è in larga parte della produzione e dei musicisti che prendono parte alle sessions di Slow Train Coming. Lo stesso Beckett suona tastiere e percussioni, mentre le coriste sono Regina Havis, Helena Spring e Carolyn Dennis. Al basso troviamo il sempre valido Tim Drummond, la batteria è suonata di Pick Withers dei Dire Straits. Anche Mark Knopfler, con la sua chitarra contribuisce a delineare il sound di questo disco, con un Dylan che sa bene cosa vuole: un suono potente e robusto che vira decisamente sul funky. Non è un caso se Jann Wenner definì il lavoro come uno dei dischi migliori che il suo autore abbia mai realizzato. "Col tempo è possibile che arrivi a essere considerato il suo lavoro migliore". Queste dichiarazioni probabilmente nel 1979 potevano risultare pretenziose e un po' esagerate. Tuttavia se andiamo a ripercorrere la discografia di Dylan anni sessanta e settanta, in termini retrospettivi, non è facile trovare un disco registrato e suonato meglio rispetto a questo. L’apporto di ogni singolo musicista lo fa suonare davvero potente, più incisivo rispetto alla media. Pur muovendosi nei confini del genere gospel, il disco fa il suo dovere per i suoi 46 minuti e 19 secondi. Le critiche sono più che positive, nella maggior parte dei casi, in virtù di brani destinati a durare nel tempo. Titoli come Gotta Serve Somebody, I Believe in You o Slow Train, così come la seconda facciata dell’LP: tesa, vibrante e coerente.

“Cambierò il mio modo di pensare, mi darò un diverso codice di comportamento. Cambierò il mio modo di pensare, mi darò un diverso codice di comportamento. Devo partire col piede giusto e smettere di essere influenzato dagli imbecilli.”

Quando nel 1979 Dylan diede alle stampe il suo 19esimo album in studio, probabilmente non credeva potesse creare così tanto scompiglio tra il pubblico e a livello di critica. La svolta Gospel del Nostro era avvenuta già con l'album precedente, Street Legal (1978), un lavoro accolto in modo piuttosto ostile, soprattutto in America a livello critico, con il puntuale Greil Marcus a cui si aggiunge Dave Marsh, il quale affermava di non aver capito lo scopo di questo lavoro. Una critica che soprattutto in Europa suona indecifrabile visto il valore dei brani e del risultato d'insieme per un disco che il pubblico ha apprezzato fin da subito. Nel Regno Unito arrivò celermente al secondo posto per la classifica di vendite. In sede retrospettiva c’è da capire perché Dylan sia stato così spesso frainteso. Probabilmente ha avuto un ruolo il suo eclettismo, musicale e testuale, aspetto che molte volte ha spiazzato critica e pubblico. Nel 1979 l'autore aveva alle spalle già 17 anni di carriera, dove pesavano in maniera determinante le produzioni realizzate negli anni sessanta a cui bisognava aggiungere due successi come Blood on the Tracks e Desire. Lavori che erano stati accolti molto bene dalla critica che li aveva salutati come un tanto atteso ritorno sulle scene, senza perdere credibilità e con pezzi pregiati che andavano ad arricchire in maniera sostanziale il suo repertorio. Brani come Senior o altre cose contenute in Street Legal facevano presagire gospel, inni e canti di chiesa, bianchi e neri sono centrali già nel disco che aveva preceduto Slow Train Coming. Changing of the Guards ha qualcosa di spirituale, oltre ai toni apocalittici, sembra quasi una marcia di tipo laico ma che richiama appunto al gospel e agli inni sacri, seppur in modo personale, come era solito fare l'autore durante i suoi lavori passati.



Sant’Antonio predicava ai pesci per confondere le acque, mentre Dylan registrava il suo primo album Gospel per ritrovare sé stesso, dopo un decennio piuttosto complicato, ma non privo di guizzo, estro e inventiva. Ascoltare Slow Train Coming dopo Trouble No More - The Bootleg Series 13 aiuta molto in termini di rivalutazione critica retrospettiva. La qualità delle canzoni, sotto il profilo sonoro è sempre stato uno dei punti di forza di questo lavoro. La produzione e il sound ancora oggi sono dominanti e danno la dimensione della potenza di fuoco che Dylan e il suo ensemble erano capaci di produrre. Ma è arrivato il tempo di rendere giustizia anche per quel che riguarda l’ideologia e il lavoro di tipo testuale. Fatta salva qualche eccezione, dove il nostro artista pare in debito di ispirazione, i testi sono di buonissima levatura. Difficile trovare difetti in brani come Do Right To Me Baby, Precious Angel, Gotta Serve Somebody e soprattutto Slow Train e Gonna Change My Way Of Thinking. Purtroppo la critica militante anni settanta di rende per l’ennesima volta colpevole del peccato originale: dire a Dylan cosa deve fare, cosa deve suonare e che cosa dovrebbe scrivere. Puttanate del tipico puritanesimo di matrice anglosassone. Ancora una volta Greil Marcus non perde occasione per mostrare la propria miopia quando si tratta di scagliare la prima pietra che rotola nei confronti del suo amato-odiato Dylan. Il problema è che sono critiche che accusano l’autore di non essere ironico, di prendere troppo sul serio il tema evangelico, di furore messianico. Nella critica scagliano saette e giudizi, senza ascoltare il proprio cuore e senza avere un punto equidistante che si richiede a chi si occupa di critica musicale. Come al solito, il tempo darà ragione all’artista, ma non è certo una novità. Diciamo pure che già a partire dal lavoro che lo aveva preceduto, la critica Usa perderà di vista Dylan, per poi ritrovarlo solo nel 1983, quando darà alle stampe Infidels. Ed è un peccato perché questa fase gospel merita una adeguata rivalutazione in sede critica. Ci siamo anche un po’ stancati di leggere nel 2021 certe critiche prive di senso estetico e figlie di preconcetti su cosa sia gospel e cosa possa essere accettato da un artista che in quasi sessant’anni di carriera discografica ha toccato con mano sensibile ogni genere, arrangiamento e stile appartenente alla tradizione della canzone nordamericana. Risulta poi incomprensibile non accorgersi dei legami tra questo lavoro e alcuni illustri predecessori come John Wesley Harding e The Times They Are a-Changin’. Probabilmente i crediti illimitati in sede critica si erano esauriti, visto che oggi possiamo con facilità e coerenza collocare Slow Train Coming tra i tasselli a tema religioso e spirituale di un autore che non ha mai nascosto il proprio punto di vista sul mondo, a volte inattuale e scomodo, a volte solo in anticipo sui tempi. Questo album dice è in arrivo un cambiamento per l’umanità. Un messaggio coerente per un autore che aveva scritto i tempi stanno cambiando.

Slow Train Coming è senza dubbio uno dei dischi che ha risentito di un giudizio poco obiettivo e centrato della produzione dylaniana. A nostro parare è musicalmente tra i migliori 10 album mai realizzati dal Nostro. Vecchio Testamento permettendo!

Questo lento treno è destinato alla Gloria!



Dario Twist of Fate


Infidels

Nessuno canta il blues come Dylan

All'inizio degli anni Ottanta, Dylan si ritrova per la prima volta nella posizione di non essere né un prodotto commerciale alla moda né un artista di tendenza secondo la critica. Le mode dominanti dei tardi Settanta e dei primi Ottanta erano il punk, la new wave, il funk e la disco, generi dai quali Dylan era molto lontano, nonostante le sue contaminazioni in chiave di soul music, proprio di quest'epoca. Il suo ultimo successo commerciale risaliva al 1979, quando Slow Train Coming fu un grande successo, portandogli in dote il suo primo Grammy per merito del singolo Gotta Serve Somebody. Nonostante le tematiche religiose e una musica notevolmente in debito nei confronti del gospel, Dylan aveva chiuso in attivo un decennio caratterizzato da alcuni alti, ma parecchi bassi. Non ci fu mai un annuncio ufficiale o qualcosa di simile, ma Infidels segnò il ritorno per Bob Dylan alla musica laica o quantomeno a materiale privo di riferimenti cristiani espliciti. Va detto che i richiami religiosi non sono mai mancati nei suoi lavori, infatti sarebbero continuati anche in futuro. Comunque questa è un'altra storia, questo è Hemingway!
Infidels è il 22esimo album in studio di Bob Dylan. Viene rilasciato il 27 ottobre 1983 per conto di Columbia Records. Lo avevano preceduto tre lavori definiti dalla critica album "cristiano-evangelici" come Slow Train Coming, Saved e Shot of Love, anche se a onor del vero solo il secondo era stato un disco propriamente estremista nei toni e nelle liriche, dato che già Shot of Love in diversi episodi se ne discosta, musicalmente e a livello testuale. Infidels, tranne per qualche brano poi scartato in fase di editing e di missaggio, rappresenta il ritorno alla cosiddetta musica secolare. È un buon successo, a discapito di critiche circa la scaletta definitiva che lo andrà a comporre. Innegabile lo sforzo di essere attuale e contemporaneo. A tal proposito l'eminente Paul Zollo dirà nel tempo: "Infidels non ha perso nulla del suo potere, a differenza di tanti album del passato. Forse ha il suono migliore tra i suoi lavori in studio. Il suo genio è profondamente rispecchiato in ciascuno dei brani. Esclusioni a parte, resta uno dei suoi migliori dischi.
Sotto il punto di vista musicale il disco è saldamente nelle mani di Mark Knopfler, nella doppia veste di chitarra solista e di produttore. Fonti molto vicine all’artista dicono che in lizza per questo disco ci fossero David Bowie e Frank Zappa. Venne scelto invece il chitarrista di Glasgow, probabilmente più in linea con il feeling delle canzoni e che già aveva collaborato con Dylan in studio nel 1979. Lo affianca una band di livello eccellente, dove spicca la chitarra dell'ex Stones Mick Taylor, mentre la sezione ritmica è composta da Sly Dunbar e Robbie Shakespeare. Alle tastiere, Alan Clark.



Infidels è la chiara istantanea di un autore che si esprime con consapevolezza ai massimi livelli, sotto ogni punto di vista: performativo, musicale e testuale. Un performer al massimo, consapevole di avere le carte in regole per tornare. C'è chi sostiene che questo poteva essere il miglior disco dai tempi di Blood on the Tracks se non addirittura superiore. E invece... è un dannato capolavoro! Basti pensare al fatto che questo lavoro ha ispirato artisti del calibro di Caetano Veloso, Tom Petty, Jimmy LaFave, Built to Spill e Craig Finn i quali nel corso degli anni gli renderanno omaggio riprendendo alcuni dei pezzi migliori di questo lavoro.

Pochi dischi del Dylan post anni sessanta possono contare sulla solidità e la compattezza di questo album. Otto brani, quattro per ogni facciata con pezzi di valore assoluto come Jokerman, Sweetheart Like You, License to Kill e I and I, che da soli valgono già il disco. Ai quattro gioielli vanno poi aggiunti i seguenti brani: Dont' Fall Apart on me Tonight, Union Sundown, Man of Peace e Neighborhood Bully. La critica (per una volta benevola verso questo lavoro) resterà un po' spiazzata facendo spallucce quando Dylan utilizza l'arma dell'ironia venendo il più delle volte frainteso e scambiato per un lamentoso reazionario. Riascoltando oggi alcune canzoni verrebbe da dire che l’autore abbia un atteggiamento da boomer, quando afferma:

Le mie scarpe vengono da Singapore, le mie tovaglie dalla Malesia, la mia cintura con la fibbia dall'Amazzonia. Questa camicia che indosso viene dalle Filippine e la macchina che sto guidando è una Chevrolet fabbricata in Argentina. Questo abito di seta è di Hong Kong, il collare del cane è dell'India e il vaso di fiori è del Pakistan. Tutti i mobili recitano "Made in Brazil".

Eppure un artista sul viale del tramonto non avrebbe dato alle stampe un disco così compatto, lucido e coerente. E poi, sorpresa delle sorprese, il meglio che aveva scritto (e registrato) non è neppure presente sul disco. Ci sono infatti almeno tre brani che avrebbero reso l'album se possibile più valido e di maggior peso specifico. Blind Willie Mc Tell, Death is Not The End, Lord Protect My Child, Foot of Pride, Someone's Got A Hold Of My Heart, Clean Cut Kid, Tell Me avrebbero costituito l'ossatura per un ottimo doppio album. Un ritorno? Forse, anche se per alcuni fan toccherà attendere ancora qualche anno. E' difficile giudicare in termini negativi un disco che lavora per sottrazione e che rinuncia a pezzi pregiati in nome di compattezza e coerenza in virtù del messaggio che vorrebbe lanciare. Dylan qui è uscito dall'ubriacatura religiosa e ritorna con la voce più credibile, quella del suo glorioso passato. Non più la voce di una generazione, visto che sono cambiate molte cose, ma un lucido visionario, che ha letteralmente superato le fiamme dell'inferno per tornare dai peccatori a raccontare una poco lieta novella. Peccatori? Meglio dire infedeli.
Considerazioni personali su Infidels (e sul brano Blind Willie Mc Tell)
Quanta potenza e quanta rinuncia c'è in questo disco, in questa prova in studio. Non è facile scrivere e argomentare su quello che poteva essere, ma non è stato. Eppure noi qui sappiamo come andranno le cose. Basta avere la volontà di riavvolgere il nastro. Basta acquistare un biglietto e se sei fortunato il tuo numero uscirà. È stato così per noi, è stato un gioco dove non c'erano vincitori e sconfitti, perché questo treno non porta più prostitute e biscazzieri, perché nessuno ha più occhi per vedere e sogni da infilare sotto cuscini improvvisati. C'è un pianoforte e una chitarra che suonano magnificamente e c'è una voce che si staglia. Non sembra bella, ma è urgente e sincera. È la voce di Bob Dylan. Il canto di un menestrello in preda ai deliri di un blues ancestrale e solitario. Infidels è il disco che poteva essere e non è stato. Blind Willie Mc Tell è una riflessione sulla fine dei tempi. Eppure Infidels resta ancora oggi un'idea di viaggio sonoro preciso, puntuale, consapevole che ci consegna una delle migliori canzoni dai tempi di Mr. Tambourine Man, quella splendida, ipnotica, meravigliosa, Jokerman. Una sorta di nuovo alter ego, dove l’autore e il performer trovano adesione e immedesimazione totale, quasi mimetica. Nessuno ora canta il blues come Bob Dylan. Nemmeno Dylan stesso!

Dario Twist of Fate

Nashville Skyline (1969)



Greetings from Nashville, Tennessee!

Nella sua lunga produzione discografica, Bob Dylan ha prodotto 39 album in studio, molti dei quali non sono certo dei capolavori. Nashville Skyline non rientra tra questi, eppure è uno dei suoi lavori più divertenti, leggeri e frizzanti. La produzione vira in modo evidente verso il country, quel tipo di musica che oggi viene giustamente chiamata Americana. È un lavoro che ricevette una buonissima accoglienza da parte del pubblico, arrivando al primo posto nel Regno Unito e al terzo in Usa. Siamo certi che forse nel corso del tempo, sia stato amato e apprezzato anche in Italia, visto che è citato da autori come De Gregori e Baglioni e se pochi brani furono considerati tra le sue composizioni più memorabili, bisogna considerare il successo da classifica ottenuto dal singolo Lay Lady Lay. Questo brano era stato scritto in origini per la colonna sonora del film Midnight Cowboy con Dustin Hoffman e Jon Voight. Tuttavia la canzone venne scartata e gli fu preferita invece Everybody's Talkin' di Fred Neil, interpretata da Harry Nilsson, che ebbe un successo straordinario. Per la prima volta Dylan incide un brano strumentale, The Nashville Rag, stesso discorso sul fronte dei duetti: il disco si apre con la riproposizione a due voci di un suo classico contenuto nel secondo disco, Girl from the North Country. Il duetto con Johnny Cash è memorabile e per lungo tempo resteranno inedite le altre tracce eseguite assieme, oggi finalmente raccolte nel Bootleg Series Vol. 15 Travelin' Thru. È interessante notare come l'album sembri continuare laddove il precedente si era concluso.

I'll Be Your Baby Tonight chiudeva il precedente John Wesley Harding, mostrando la via per la nuova direzione musicale che l'autore avrebbe percorso con il suo lavoro successivo, Nashville Skyline appunto. Una cosa che balza subito all'occhio e all'orecchio di questo nono album, rilasciato il 9 aprile del 1969, le cui sessioni guidate dal produttore Bob Johnston si tennero proprio nella capitale dello Stato del Tennessee tra il 12 e il 21 febbraio dello stesso anno, è la durata. Disco snello e agile, non solo non arriva a trenta minuti, come durata complessiva, ma fatto più unico che raro, non contempla brani troppo strutturati nei testi e nella durata, appunto. Si pensi che la traccia più lunga, non va oltre i tre minuti e quarantatré secondi, mentre quella più breve, Country Pie, dura appena un minuto e trentanove. Pensiamo che ciò avviene molto prima rispetto all'urgenza del punk-rock (genere che non c'entra nulla con questo disco) e che risulta insolita, visto che Dylan ha pubblicato brani celebri e importanti che arrivano anche a dieci minuti di durata.

Tra gli episodi più significativi bisogna citare oltre alla prima traccia, eseguita in duetto con l'amico e collega Johnny Cash, almeno altre quattro tracce: I Therew It All Away, Lay Lady Lay, il pezzo che è rimasto di più del disco, Tell Me That It Isn't True, con un arrangiamento solido e brillante, scelta piuttosto particolare per gli standard dylaniani del periodo e la chiusura, affidata alla stupenda Tonight I'll Be Staying Here With You, brano che avrà una seconda vita durante il tour della Rolling Thunder Revue nel 1975.

Nashville Skyline ha il difetto di essere un album allegro e brillante, per certi versi molto erotico e sensuale. Dotato di un timbro vocale differente, che può spiazzare al primo ascolto, visto che Dylan aveva dichiarato di aver smesso di fumare in quel periodo, secondo Marshall Chapman è un disco sexy, dove è la semplicità della musica a rendere tutto così potente. Sembra che Dylan stia cercando di semplificare mantenendo un basso profilo da signorotto di campagna, tornando alla terra, tagliando la legna e seguendo l'esempio di Walden di Henry David Thoreau e delle Foglie d'erba di Walt Whitman.

Eppure l'uomo che registra Nashville Skyline si avvale di alcuni musicisti locali che rispondono ai nomi di Norman Blake, Kenneth Buttrey, Charlie Daniels, Bob Wilson, Charlie McCoy, Pete Drake e Carl Perkins. Per chi conosce la musica in modo più approfondito, qui verrebbe da esclamare, giustamente: - Alla faccia del disco minore!

Subito dopo la pubblicazione di Nashville Skyline gli studi di registrazione e i musicisti utilizzati da Dylan diventeranno molto gettonati e richiestissimi. E probabilmente senza questo album, giudicato a torto o a ragione un disco minore, non ci sarebbe stato Harvest di Neil Young, o meglio, non sarebbe stato quel grande successo di critica e pubblico che il disco ha ottenuto. Non ci sembra affatto una questione marginale, a ben vedere.

Dario Twist of Fate



Modern Times - Ritratto dell'artista da adulto (2006)



Segnali rivelatori dell’anziano menestrello (2006)

È notte nella grande città. Una donna cammina a piedi nudi, con le scarpe a tacco alto in una borsetta. Un uomo si ubriaca e si rade i baffi. Un gatto rovescia una lampada. Un poliziotto fuori servizio parcheggia di fronte la casa dell’ex moglie.

(Theme Time Radio Hour)

Modern Times è il 32esimo disco pubblicato da Bob Dylan per la Label Columbia. Come il precedente "Love And Theft" anche questo lavoro viene prodotto da Dylan e suonato con la band che in quel periodo lo accompagnava in studio. Per molti versi questo disco sembra una sorta di sequel del lavoro precedente. La critica ha parlato di una "potenziale trilogia" che andrebbe a concludere il discorso sonoro intrapreso con Time Out of Mind. Aspetto che tuttavia lo stesso autore ha escluso, affermando che se ci sarà una trilogia, questa è iniziata con Love And Theft. Diamo quindi per buone le dichiarazioni di un autore che nel tempo si è ammorbidito, sostituendo al suo stile di intervista criptico, una trasparenza che solo chi è in netta malafede può non riconoscergli. L'autore che si affaccia al pubblico nel 2006 è in effetti un nuovo performer, sotto molti punti di vista. Oltre a prodursi con successo i suoi dischi, Dylan ha infatti realizzato successivamente alla sua ultima prova in studio: un film, Masked And Anonymous (flop al botteghino, cult per i fedelissimi) un libro autobiografico (Chronicles), ma soprattutto il suo programma radiofonico Theme Time Radio Hour, che andrà in onda dal 3 maggio 2006 fino al mese di aprile del 2009.

Oltre alle uscite antologiche della Bootleg Series, giunte al volume numero sette, nel 2005 viene realizzato il film documentario No Direction Home, diretto da Martin Scorsese, che ripercorre la vita di Bob Dylan dai primi passi fino all'incidente in moto del 1966. Così per avere un quadro più esaustivo del momento storico e artistico, il Nostro cantautore americano preferito, è vivo e vegeto, quando darà alle stampe questo Modern Times. Disco stravagante e illuminato, riceve ancora una volta il plauso della critica unanime, salvo poi rivedere questa posizione quando il disco venderà bene (forse troppo!) , per via della mancanza dei soliti crediti, furto con scasso e plagi che Dylan opera con la solita capacità di tombarolo che gli andrebbe una volta per tutte riconosciute! Un Dylan in versione Arsenio Lupin.

Stavolta di suo ci mette giusto la voce e la firma, almeno a sentire certi giudizi. Il titolo richiama al noto film di Charlie Chaplin del 1936, mentre molte canzoni sono in debito per quanto riguarda la struttura musicale e il contenuto testuale. Oggi, 2021 sappiamo bene che questo sarà uno degli ultimi lavori autografi (o semi-autografi) in 15 anni di attività musicale. Nonostante le polemiche, a nostro parere risibili, a causa dei testi simili a quelli del poeta Herny Timrod più qualche oscuro blues, Modern Times è un successo clamoroso, sia in termini di pubblico che di critica.

Diverse riviste lo indicano come disco dell'anno e anche il rating attuale lo colloca tra i grandi capolavori, visto che oscilla tra il 9 e il 10 e tra le quattro e le cinque stelle, su prestigiose testate quali Uncut, Rolling Stone, Mojo e The Guardian. Per Joe Levy di Rolling Stone l'album il "terzo capolavoro consecutivo" di Dylan, mentre Uncut lo ha definito un "sequel diretto e audace" di Love and Theft. Secondo Robert Christgau è un lavoro sorprendente capace di sprigionare bellezza con quella calma osservante da vecchi maestri che hanno visto abbastanza la vita per essere pronti a tutto. Si passa dal poeta William Butler Yeats a Matisse fino a giungere dalle parti di Sonny Rollins. Jody Rosen definisce Modern Times un lavoro migliore di Time Out of Mind e del maestoso Love And Theft: una delle migliori opere di Dylan dai tempi di Blood on the Tracks. Sul fatto che si possa definire un capolavoro senile moderno, siamo tutti d'accordo.

La band coinvolta vede uno stravolgimento della line-up rispetto a Love And Theft, dato che l'unico superstite è Tony Garnier al basso. Per il resto troviamo due nuovi chitarristi, con Denny Freeman e la vecchia conoscenza di Stu Kimball, il batterista George G. Receli, che da lì in poi sarà una presenza stabile per un lungo periodo e il polistrumentista Donnie Herron, che suona diversi strumenti a corda, dal vivo così come in studio. Il suono è questa volta meno calibrato e questo non sempre giova a bani che mediamente superano i sei minuti, ma l'atmosfera e l'intensità di certe performance, di alcuni versi e del disco, è più che riuscita, tanto che Modern Times se possibile sarà un successo maggiore rispetto ai due dischi che lo hanno preceduto. Vi sono senza dubbio almeno tre nuove canzoni che possono assurgere al ruolo di nuovi classici dylaniani. Il numero di rimandi, citazioni, strizzatine d'occhio è ancora una volta elevato. Questo lo si nota fin da subito dato che ad esempio il titolo del brano Workingman's Blues #2 è una citazione al brano di Merle Haggard del 1969, Workin' Man Blues. Come con il precedente disco si respira ancora una volta musica di genere blues, rockabilly e ballate pre-rock, in una parola: Americana.

Le canzoni che restano saranno principalmente le seguenti: Nettie Moore, Thunder on the Mountain, Workingman's Blues #2 e soprattutto Ain't Talkin'.

In merito a quest’ultimo brano è utile ricordare il punto di vista di Greil Marcus: “Dopo aver pronunciato le prime parole del testo, Dylan scompare. Sembra che a cantare il brano sia un’altra persona anziché il cantante che pensiamo di conoscere. Questo brano non ha una conclusione, e con le prime parole, Mentre uscivo, viene gettata un’ombra.” Il pathos e la capacità di farci vivere quell’istante in modo così vivido e reale è una qualità a cui raramente un disco e una canzone pop potranno ambire. Eppure Bob Dylan ci riesce e non ci conduce per mano in un posto sicuro. Tutto il contrario. C’è sgomento, thrilling, panico assoluto. Dylan esce allo scoperto in quanto è mosso da un autentico desiderio di puro istinto: la vendetta. L’autore dopo essere uscito e aver effettuato un percorso si ritrova in un mistico giardino. Sta parlando forse del suo Getsemani. Il brano resta irrisolto musicalmente e il testo si conclude con questi versi: Non parlo, soltanto cammino, su per la strada, dietro la curva. Brucia il cuore, ancora si strugge, nell'ultima retrovia alla fine del mondo.

Morale della favola

Nel 2006 Bob Dylan partecipò a un concorso per sosia di Charlie Chaplin a Montecarlo e arrivò terzo, ex aequo con Arsenio Lupin.

Questo post è dedicato alla memoria dello scrittore Larry McMurtry.

Dario Twist of Fate

Love And Theft (2001)



Dopo aver realizzato dischi nuovamente all'altezza del proprio nome come Oh Mercy e soprattutto Time Out of Mind, Bob Dylan torna ancora, con un suo nuovo lavoro autografo. O meglio, semi-autografo. "Love And Theft" è il 31esimo disco in studio, ed è stato registrato ancora una volta a New York City, nei Clinton Recording, durante il mese di maggio. In cabina di regia, utilizzando lo pseudonimo di Jack Frost, c'è proprio Dylan, che si occupa della produzione. Novità importante, visto che da questo momento in poi sarà l'autore stesso a produrre i suoi futuri lavori discografici. Non è del tutto una novità: molte volte era stato proprio lui a dirigere i lavori, incluso lo stesso Time Out of Mind, che per molti aspetti era una co-produzione con Daniel Lanois. Importante sottolineare poi il ritorno a New York, in un momento storico specifico e dopo tanto girovagare. Era dai tempi di Empire Burlesque, ma soprattutto da Infidels, che Dylan non registrava in quella che a buon diritto può essere considerata la sua città d'adozione oltre che la seconda casa, musicalmente parlando. E così dopo tanti viaggi, Dylan giunge in sala d'incisione e lo fa con la sua abituale live band. Non una backing band qualsiasi, visto che può contare sull'elasticità e sulle dinamiche di una sezione ritmica perfettamente rodata on the road, ma soprattutto su ottimi strumentisti come Larry Campbell e Charlie Sexton. I due sono perfettamente a loro agio in questa prova in studio. Capaci di mostrare fin dalle prime battute tutto il loro armamentario e il giusto feeling per portare a casa un ottimo lavoro. Tony Garnier, il bassista che lo segue dal vivo già da qualche anno, qui è alla sua seconda prova in studio, dopo il fortunato "esordio" di Time Out of Mind.

L'atmosfera che si respira è davvero buona e raramente abbiamo sentito Dylan così allegro, frizzante e motivato, rispetto a questa prova discografica. Il merito è legato al materiale che porta in sala di registrazione, ma anche ai premi ottenuti negli anni che lo hanno preceduto. Non bisogna dimenticare che "Love And Theft" sia il primo disco dopo l'Oscar per la miglior canzone vinto con Things have changed. Dylan però non è certo il tipo a cui piace cullarsi sugli allori. Qui sale in cattedra con un lavoro solare, pulito nei suoni e con un imponente armamentario caratterizzato da suoni di impostazione roots rock, blues, country, jazz. In pratica quella che oggi viene definita Americana. Un genere che in pratica egli stesso ha contribuito a ridefinire e plasmare nella cantina coi fidati The Band. Naturale che Dylan si senta a suo agio a produrre, registrare e cantare questo particolare tipo di canzoni. Nonostante ciò, bisogna sottolineare come il lavoro rappresenti una novità importante a livello musicale. Il cantautore introduce un nuovo importante elemento all'interno del suo percorso sonoro. Per la prima volta infatti si confronta con un tipo di canzone antecedente al folk revival e al rock: dopo lo swamp-rock di Time Out of Mind, il Nostro ci riporta alle atmosfere Vaudeville e a tutto il contesto che aveva reso importante il Tin Pan Alley. Il titolo è preso in prestito dal volume Love & Theft: Blackface Minstrelsy and the American Working Class, scritto dallo storico Eric Lott e pubblicato nel 1993.
La fotografia che viene rilasciata ci mostra un autore sorridente e beffardo, che si diverte moltissimo a mettere in atto i suoi scherzi tremendi. Con la complicità di una band che suona a memoria, più l'intervento del grande tastierista texano, Augie Meyers, Dylan sale in cattedra ancora una volta con il suo stile di scrittura surrealista e cubista. I testi sono dei veri e propri flash, inchiodati in una cornice di grandi riff di chitarra: fraseggi e scambi che Larry Campbell e Charlie Sexton sono capaci di produrre e concepire, spesso improvvisando sul ritmo messo in piedi dallo stesso Dylan e dalla sezione ritmica guidata dal drumming di David Kemper. Per Wesley Stace "Love And Theft" rappresenta un passo in avanti, dopo la tristezza dominante e il suono gonfio e gommoso di Time Out of Mind. Ci sarà un motivo certamente plausibile se in tanti non amano i dischi di Dylan "allegri" e giocosi, fatta esclusione per titoli come Blonde on Blonde e Highway 61 Revisited. Eppure Dylan è capace di creare un linguaggio assolutamente nuovo attraverso cui esprimersi. Uno stile che gli calza a pennello e che non aveva fin qui mai utilizzato. Si tratta di un linguaggio fatto di scherzi pesanti, possiamo dire. La cosa incredibile è che la musica copre interi decenni, che hanno preceduto il suo ormai distante esordio del 1962. Non è certo un caso se queste canzoni vengano messe su nastro proprio mentre il suo autore stava per compiere 60 anni. Con Dylan sappiamo bene come il tempo assuma un'importanza considerevole. Andiamo a ritroso dai blues anni venti allo swing, passando per il pop fino ad arrivare a Elvis. Ed è qui che il disco prende quota, attraverso ritmi indiavolati e chitarre infuocate.



C'è però un aspetto che bisogna sottolineare, dopo l'amore tocca al furto. E Dylan stavolta saccheggia, come può, tutto ciò che gli sta a cuore. Passiamo da Dock Boggs a Gene Austin, da Robert Johnson ai riferimenti espliciti di Big Joe Turner from Kansas City, fino al Charley Patton di High Water Everywhere, pezzo Delta blues, registrato nel 1929. Difficile individuare la citazione del brano Po' Boy, visto che con lo stesso nome abbiamo questo incredibile sandwich a cui il testo sembra fare riferimento, ma siccome il disco è un esempio esplicito di amori e ruberie, potrebbe esserci anche qui un riferimento ai mentori Elvis Presley e Woody Guthrie. La critica, tanto per cambiare si è diverte a fare le pulci ai testi quanto ai debiti di scrittura musicale. Eppure il disco andrebbe giudicato e considerato nel suo insieme, dato che sotto questo punto di vista funziona alla grande! Questa volta ci si diverte, si balla, pestando il piede a tempo. E ci sarebbe anche da capire cosa c'è di male nel rivalutare e rilanciare canzoni dimenticate degli anni '20 e '30 del secolo scorso. A questo punto mettiamo dietro la lavagna i vari Eric Clapton, Mark Knopfler, Van Morrison e Neil Young, dato che anche loro hanno dedicato metà carriera a rimaneggiare standard blues, country e folk.
Il problema è che questo gioco a Bob Dylan riesce meglio, visto che gli vale premi, dischi d'oro e una considerazione critica, storica e letteraria che probabilmente i suoi illustri colleghi non riceveranno mai. Nel 2015 in un raro intervento dal vivo, Dylan dirà che nelle recensioni a lui riservate i critici vanno a guardare sotto ogni pietra nel tentativo di riportano alla luce tutto quel che trovano. È possibile, ma è anche vero che nessun collega ha mai ricevuto il plauso unanime della critica, intercettando, per così tanto tempo, gli interessi di legioni di adepti, fandom ed estimatori di musica. Di questo dovrebbe rallegrarsi, riteniamo. Greg Kot sul Chicago Tribune ha scritto di Love And Theft: "I miti, i misteri e il folklore del Sud come sfondo per uno dei migliori album roots rock mai realizzati". Dodici brani, ognuno a suo modo importante e indispensabile per tracciare la nuova rotta musicale e sonora del suo Autore. Ogni traccia ha il suo valore e peso specifico, anche se forse alla lunga quelle che sono rimaste sono il nucleo swingante comprendente Bye and Bye, Floater, Moonlight, Po’ Boy a cui è giusto aggiungere la ballata finale Sugar Baby, il ritmo incalzante bluegrass di High Water e la sferragliante apertura di Tweedle Dee & Tweedle Dum.

Interessante notare un aspetto inusuale per il Nostro autore. Il recupero del brano Mississippi, outtakes di Time out of mind già inciso tre anni prima da Sheryl Crow. Dopo i precedenti illustri di brani del valore di Blind Willie McTell, Foot of Pride, Series of Dreams e Dignity solo per limitarci a quelli più evidenti, Dylan stavolta corre ai ripari e si assicura uno dei suoi pezzi pregiati per rinforzare un disco che per lui rappresenta una nuova sfida e l’inizio di un nuovo percorso musicale e di metodo di lavoro. Perché, aspetto che pochi hanno evidenziato, il suo metodo di lavoro ricorda più quello dei sapienti artigiani, dei mastri ferrai che dei pittori italiani del Rinascimento. Amore e furto, va benissimo, ma anche un Riportando Tutto a Casa Volume 2, sarebbe stato titolo appropriato e funzionale, crediamo.

Capolavoro brillante e unico. Disco prezioso da ascoltare nei momenti di sconforto e di malumore. Uno dei suoi 5-6 lavori migliori.

N.B.- Siamo consapevoli del fatto che il disco sia stato pubblicato l’11 settembre 2001, ma pensiamo si tratti di una spiacevole coincidenza. In altre sedi questo potrebbe costituire elemento di analisi e di congetture, che ci sentiamo qui di eludere, per ovvi motivi.

Dario Twist of Fate



Foto di copertina realizzata da Kevin Mazur

Empire Burlesque (Dylan at the Movies)

Dylan at the Movies

Quando Bob Dylan scrive i nuovi pezzi per quello che sarà il suo 23esimo disco in studio, la cosa che gli sta più a cuore è dimostrare, (a sé stesso) di poter stare sul pezzo ed essere competitivo con la musica che gira intorno. Un po’ quello che era stato il chiodo fisso della seconda metà dei settanta e che sarà croce e delizia durante uno dei decenni più bui per lui e per le vecchie glorie del rock e del pop. Gli anni ottanta non lasciano scampo, per tutti quelli che non sanno creare roboante musica da stadio. Basti pensare ad artisti come Bruce Springsteen e Joe Cocker, i quali pur riuscendo a produrre grandissima musica, finiranno per snaturarsi, soprattutto in rapporto al pubblico e a quel modo di produrre musica così intimo e speciale del decennio precedente. E Dylan tenterà di percorrere la stessa strada di tutti gli altri big che avevano iniziato a fare musica a cavallo tra i ‘60 e i ‘70. Per farlo si avvale di uno stuolo di musicisti di altissimo livello. Basti leggere con attenzione i crediti di Empire Burlesque per farci un'idea. Ci sono pezzi importanti di Tom Petty and The Heartbreakers, così come alcuni ex e attuali Rolling Stones, e trovano spazio perfino due membri della E Street Band (ma che poi nel disco non si sentiranno), senza contare i suoi fidati Al Kooper, Jim Keltner, Robbie Shakespeare, e le prime apparizioni di musicisti come Stuart Kimball, Benmont Tench con qui da qui in poi stringerà un sodalizio destinato a durare nel tempo. Dietro la console c'è anche il mago dei remix dance Arthur Baker, nel tentativo di dare ai suoni un’impronta al passo coi tempi e marcatamente radiofonica. L'idea è quella di mettere assieme del materiale valido per dare seguito al successo, di critica e pubblico, rappresentato dal suo disco precedente: Infidels. Purtroppo la cosa non riesce, non perché le canzoni siano prive di valore e di impegno, basti pensare che da queste session verrà scartato un pezzo come New Danville Girl, poi recuperato sull'album successivo con un nuovo titolo e un testo leggermente differente. Si tratta del brano Brownsville Girl scritto con Sam Shepard. I testi spesso richiamano a un immaginario filmico, aspetto forse più penalizzante che vincente per il lavoro finale. Non a caso si è sempre detto che Dylan deve fare Dylan, punto. Sarà così? Qui si percepisce l’idea di un album drive-in più che Disco Music, come molti hanno scritto, denigrando il risultato di Empire Burlesque.



Al netto di un'operazione che pubblico e critica in parte rigettano, senza capire né ascoltare con impegno, (ma ci può stare, visto che siamo nei tremendi anni ottanta!) troviamo un tentativo di intercettare quel suono a metà tra rock, pop contemporaneo e soul. Il sound, tolte le diavolerie di tendenza modaiole, si rifà in modo netto al periodo 1979-1981, quel cosiddetto periodo religioso, che la critica ha killerato senza pietà. Eppure ci sono canzoni e suoni che ancora oggi possono dire la loro. Il valore di brani come I'll Remember You, Emotionally Yours, When the Night Comes Falling from the Sky, della scarna e solitaria Dark Eyes, non si discutono. C'è poi un brano che a nostro parere risulta riuscito e ben calibrato, nel tentativo di rincorrere il suono contemporaneo dell'epoca. Parliamo di Tight Connection to My Heart (Has Anybody Seen My Love). Uno dei pezzi dove Dylan riesce ad attualizzare e modernizzare il proprio canone, senza snaturarsi troppo, ma centrando l'obiettivo. Empire Burlesque come il precedente Infidels, risente per certi versi della svolta evangelica, in termini testuale. Don McLeese afferma: "Anche questo lavoro che esce come album laico, nel testo del brano di apertura recita un verso che è un riferimento esplicito al rituale cristiano della comunione. Ci sono altri episodi che riportano alla luce queste cose. Forse non le afferma, ma se ne distacca, di certo le evoca e questo ha un significato. Il soul che sentiamo nei solchi di questo lavoro, con un brano molto bello come Emotionally Yours è il perfetto ponte tra il Dylan tardo settanta e quello di metà anni ottanta. Un disco complesso ed eclettico, che è stato etichettato e giudicato come scarso, mentre era un audace tentativo di stare al passo. Il tentativo di fare un grande disco, un grande disco di Bob Dylan, con un sound attuale per l'epoca. Un suono che nei migliori episodi è certamente formidabile. O meglio: se tutti brani fossero al livello della prima traccia, di I'll Remember You e di When the Night Comes Falling from the Sky oggi potremmo parlare del riuscito sequel di Infidels. Così purtroppo non è stato. Bisogna perciò tenere il buono e archiviare i pezzi irrisolti e meno riusciti. Certo, è innegabile come di lì a breve, le canzoni brutte e non riuscite diventeranno tante, per un grande autore come Dylan. Per Alex Lubet il disco va di pari passo con brani che hanno più cambi di accordi, forme più complesse rispetto al materiale precedente. Certi brani si avvalgono di meravigliose melodie, ottimi cambi di accordi, ma non si sposano perfettamente con i testi. Una complessità musicale che nuoce all’audience dell’album, dove Dylan ci mostra di padroneggiare strumenti di cui la gente non pensava potesse servirsi. Anche il critico Robert Christgau si distacca dalla lista dei detrattori di questo episodio, affermando che nella migliore delle ipotesi Dylan ha raggiunto la professionalità che ha sempre affermato come suo obiettivo; potendo contare sul talento necessario per inventare un buon gruppo di canzoni. Per chi fosse interessato a recuperare una recensione negativa ma molto divertente, consigliamo quella di Greil Marcus, dal titolo Un’altra rentrée, apparsa su Village Voice il 13 agosto 1985. Stavolta un signorile Marcus non definisce il lavoro rifiuto alimentare organico, ma si limita a definirlo fanghiglia, un disco meglio assemblata rispetto a Street Legal (Sic!).

Peccato che chi applauda al futuro Oh Mercy non abbia apprezzato e compreso a fondo il valore e il senso di Empire Burlesque per il suo autore. Perchè senza questi esperimenti e quel desiderio ossessivo di restare sulla breccia, (un fiasco completo) non avremmo in seguito i tour con Tom Petty e la sua band, ma soprattutto non avremmo un disco nel 1989 prodotto da Daniel Lanois.

Se vi sembra poco…

Dario Twist of Fate



Time Out of Mind (1997)

Un trionfale ritorno per Bob Dylan. Time Out of Mind è il trentesimo lavoro in studio di Bob Dylan, nonché uno dei suoi più grandi successi, riconosciuto dalla critica, dal pubblico, e per una volta anche dai premi che ricevette. Oggi può suonare strano, ma questo disco venne salutato come Album of the Year, davanti a produzioni come Flaming Pie di Paul McCartney e OK Computer dei Radiohead. Nonostante venga pubblicato come cd singolo, Time Out of Mind è in realtà un doppio album in studio. Wikipedia afferma si tratti del primo doppio dai tempi di Self Portrait (1970), ma in realtà l’ultimo era stato The Basement Tapes (1975). La durata complessiva sarà di 72 minuti e 50 secondi, con il solo brano Highlands che raggiunge doppia cifra, arrivando a 16 minuti e 31 secondi. Registrato negli imponenti Criteria Studios di Miami, il lavoro si avvale nuovamente di Daniel Lanois in cabina di regia. Per certi versi possiamo considerarlo una sorta di sequel di Oh Mercy, nonostante vi siano alcune evidenti differenze, nel suono, nell'impostazione e nella realizzazione. Il suo autore qui sembra avere maggior controllo e liberà di movimento. Laddove Oh Mercy era un lavoro agile, breve e conciso, Time Out of Mind, pur avendo un marchio preciso che lo definisce nel suono e nell'atmosfera, ricorda per certi versi il metodo di lavoro che Dylan avevano adottato con successo, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. È un disco molto cupo, a tratti deprimente, ma che al suo interno contiene una delle migliori raccolte di canzoni dai tempi di Blood on the Tracks, Desire e Infidels. In più, rispetto a quel tipo di lavori che i fan di Dylan hanno apprezzato e amato nel tempo, questo disco è stato capace di mettere d'accordo un po' tutta la comunità musicale, sia quella del blues e del country, ma soprattutto quella più eterogenea del rock, per via del suo suono gonfio, presente e per una volta ben centrato e calibrato, durante gli episodi maggiori dell'album.



È innegabile come l'autore che si presenti in studio sia in stato di grazia a livello compositivo. Non è un caso se dal cilindro riesca a togliere fuori oltre alle sue solite ballate ispirate anche un singolo di successo come Make You Feel My Love, che verrà in seguito ripresa da diversi artisti come Billy Joel, Adele, Bryan Ferry e Garth Brooks. Tornano i grandi testi e possiamo affermare di ascoltare almeno quattro nuovi classici dylaniani, altrettante canzoni di valore assoluto e forse giusto due-tre riempitivi come 'Till I Feel In Love With You, Dirt Road Blues e Million Miles. Le atmosfere richiamano certi western crepuscolari sulla fine del mito della frontiera e lo stesso Greil Marcus, dirà che il disco gli ricorda per certi versi uno score alternativo degli Spietati di Clint Eastwood. In questo caso però ascoltiamo i lamenti e il male di vivere di chi ha sempre saputo stillare oro dalle proprie paturnie. Musicalmente il disco risente dell'ispirazione di alcuni importanti artisti seminali come Charley Patton, Little Walter e Little Willie John, a cui lo stesso Dylan aggiungerà durante il discorso di cerimonia dei Grammy anche il nome di Buddy Holly. Dylan è in viaggio, diretto verso l'ignoto, il Nowhere, anche se qui e lì accenna a posti reali, come Baltimora, New Orleans, il Missouri, Boston-town, oppure descriva di aver visitato Londra e Parigi, come in passato aveva fatto con Roma in When I Paint My Masterpiece. Torna anche la garra agonistica di confrontarsi col suo ingombrante passato. L'impressione è che i suoi guai sentimentali e la chiamata alle armi di un cuore sofferente, metaforicamente e non, gli abbiano fornito l'assist giusto e la volontà per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità e verità. A livello di ispirazione lirica i critici citano spesso John Keats, Robert Burns e il visionario William Blake. In particolare le liriche di Not Dark Yet sembrano una risposta proprio al poema Ode to a Nightingale di Keats. Per Jochen Markhorst Tryin' to Get to Heaven è tra le "opere più belle" dell'autore, data la somiglianza "più accessibile" della celebre Not Dark Yet perché qui offre la "prospettiva di redenzione in un aldilà". Anche da un punto di vista sonoro bisogna annotare il gran lavoro di Mark Howard rispetto all'uso dell'armonica di Dylan, che qui possiamo apprezzare per la sua qualità elettrica, di distorsione del suono, predominante tra una strofa e l'altra. Un brano superbo e maiuscolo, come del resto lo è tutto il disco, nei suoi momenti di maggiore ispirazione e intensità.
Oltre al plauso che va condiviso tra l’autore e il produttore, è bene citare alcuni dei musicisti che prendono parte alle sessions del disco. Dylan schiera quella che all’epoca era la sua band di palcoscenico, dove troviamo il fidato Tony Garnier al basso, David Kemper alla batteria, Bucky Baxter alla chitarra acustica e pedal steel e alcune vecchie conoscenze come Jim Keltner e soprattutto l’organista Augie Meyers e la suonatrice di steel guitar e dobro, Cindy Cashdollar. Questa combo, che comprende naturalmente anche gli stessi Dylan e Lanois, si avvale poi di altri musicisti addizionali come il percussionista Tony Mangurian, Duke Robillard, Robert Britt e altri due batteristi: Winston Watson e Brian Blade. Un sistema di produzione e registrazione che sembra la versione aggiornata di Blonde on Blonde, a tratti. Per quanto riguarda la parte testuale, il marchio speciale di disperazione di Bob Dylan sta tutto nelle parole di testi come Not Dark Yet, Love Sick, Tryin' To Get To Heaven e soprattutto di Cold Irons Bound, quando afferma:

"Ci sono troppe persone, troppe da rammentare. Credevo che alcuni di loro fossero miei amici; mi sono sbagliato su tutti. Bene, la strada è rocciosa ed il pendio della collina è fangoso. Sopra la mia testa ci sono solo nuvole di sangue. Ho trovato il mio mondo, trovato il mio mondo in te. Ma il tuo amore non si è dimostrato vero. Sono a venti miglia dalla città, incatenato a fredde manette."

Tra le dichiarazioni migliori su questo disco, alcune sono proprio dello stesso Dylan e di Daniel Lanois.

"Quei dischi furono fatti molto tempo fa, e sai, sinceramente, le registrazioni che furono fatti in quei giorni erano tutte buone. Avevano dentro un po' di magia perché la tecnologia non andava oltre ciò che stava facendo l'artista. Era molto più facile riportare l'eccellenza in quei giorni su un disco di quanto non lo sia ora. La massima priorità adesso è la tecnologia. Non è l'artista o l'arte. È la tecnologia che sta arrivando. Questo è ciò che rende Time Out of Mind particolare. Non si prende sul serio, ma poi di nuovo, il suono è molto significativo per quel disco. Se quel disco fosse stato realizzato in modo più casuale, non sarebbe suonato in quel modo. Non avrebbe avuto l'impatto che ha avuto. Non c'è stato alcuno spreco di sforzo su Time Out of Mind e non credo che ci sarà più nei miei dischi. Una dichiarazione d'intenti che a distanza di quasi 25 anni possiamo condividere e sposare. Bob Dylan dopo il suo trentesimo e ispirato lavoro in studio è tornato ai suoi livelli di eccellenza, dove i passi falsi si sono notevolmente ridotti e ridimensionati. Anche se a onor del vero, bisogna ricordare come successivamente alla pubblicazione di Time Out of Mind, darà alle stampe solo cinque dischi contenenti brani autografi, uno dei quali scritto in collaborazione con Robert Hunter, paroliere dei Grateful Dead. Uno degli ultimi fondamentali squilli di tromba, una chiamata alle armi, che arriva quasi dall'Oltretomba.

Fatto non trascurabile: da queste sessions, verranno scartate canzoni del calibro di Mississippi (poi pubblicata nel successivo Love and Theft) della splendida e rara Red River Shore, di Marching to the City (pubblicata sul volume 8 dei Bootleg Series) e di Dreamin’ on You, anch’essa recuperata sull’antologico Tell Tale Signs del 2008.

Tra le bellissime interpretazioni di questo disco, sono da segnalare almeno tre cover: Not Dark Yet del compianto Jimmy LaFave, Tryin’ To Get To Heaven rifatta da David Bowie e Make You Feel My Love di Bryan Ferry, tratta dall'album tributo Dylanesque del 2007.

Disco monumentale e imprescindibile per conoscere in maniera più approfondita l’opera del suo autore.

Dario Twist of Fate

The Freewheelin’ Bob Dylan (1963)

Bob Dylan a ruota libera: il potere della parola

La cosa più scioccante di questo disco è che si possono prendere anche i brani minori e scriverne per ore e ore. Non c'è bisogno di azzannare e di aggredire alla giugulare un'opera così bella, iconica e capace di resistere e sopravvivere al lento scorrere del tempo. Già, il tempo! “My only friend, the end” dirà qualche anno dopo uno sciamanico Jim Morrison. Bisogna riavvolgere il nastro e ripartire da questa copertina iconica, una delle più importanti e suggestive di una decade tanto importante come i sessanta. Uno scatto che è tutto un dettaglio, un simbolo. Scende in strada Bob Dylan, con il tutto il suo entusiasmo e non è da solo. Nel disco, tra i solchi di questo esordio, come autore, è quasi sempre solo lui, con la sua incredibile penna, con le sue parole, taglienti come forbici, in una notte buia come la pece. Ci sono dischi che hanno un biglietto da visita migliore rispetto a The Freewheelin' Bob Dylan?

A ben vedere questo è uno dei sei dischi chitarra e voce, tanti ne realizzerà nel corso della sua lunga carriera discografica. I primi quattro vengono realizzati durante gli anni sessanta, mentre per i due successivi bisognerà attendere ben trent'anni. Mi riferisco a Good As I Been To You del 1992 e a World Gone Wrong del 1993.

Il disco parte agile e fiero sulle note di chitarra di Blowin' in the Wind. Due minuti e quarantotto secondo per consegnare la sua voce alla gloria e alla storia di una decade, di un ideale, fallace, ma non per questo meno significativo ed evocativo. Del resto nelle prime tre tracce non c'è segnale alcuno di reso, di sconfitta. La seconda canzone è probabilmente tra le migliori composizioni di sempre del suo autore. Si tratta di Girl from the North Country. Non siete convinti? Basta ascoltare una delle innumerevoli cover realizzate di questo classico immortale. Mentre lo fate ragionate su questo: l'autore e l'interprete principale lo scrisse quando aveva appena 21 anni. Così, tanto per dire. Dopo la rilettura del classico folk Nottamun Town, a cui Dylan cambia il testo per farlo diventare Masters of War, si passa a due brani meno noti, ma non per questo privi di valore e di significato come Down the Highway e Bob Dylan's Blues.

Nel primo Dylan cita proprio l'Italia, nel verso "My baby took my heart from me/ She packed it all up in a suitcase/ Lord, she took it away to Italy, Italy" che naturalmente è dedicato e ispirato alla sua relazione con Suze Rotolo, la stessa ragazza che lo abbraccia nello scatto di copertina realizzato da Don Hunstein.
Bob Dylan's Blues è un concentrato di acume, umorismo e sfrontatezza, qualità che Dylan sfoggia con quel tipico orgoglio che è usuale durante la giovinezza. Gioventù che però scompare rapidamente per fare spazio al sermone di uno dei suoi primi capolavori a livello testuale: A Hard Rain's a-Gonna Fall. Un capolavoro senza macchia che ancora oggi ci fa pensare: - Ma da dove diavolo l'ha tirata fuori?!? Non a caso al pari di altri classici, Hard Rain diventa un punto saldo del suo repertorio dal vivo, capace di attraversare il tempo come un fendente in una notte senza stelle.

Il lato B dell'album si apre con un altro capolavoro, sia per il testo che per la musica e la melodia. Don't Think Twice, It's All Right. il titolo cita forse Elvis Presley e sarà da ispirazione al Re, che lo inciderà qualche tempo dopo. Da segnalare la bella versione country di Waylon Jennings, interprete che assieme a Johnny Cash contribuirà a sdoganare negli ambienti dei puristi del genere il talento puro del menestrello di Duluth. La melodia incantevole di Dont' Think Twice apre alla seconda facciata di questo disco che consegna il suo autore alla storia della musica popolare del Novecento. Non serve infatti affermare che anche fosse terminata qui la carriera di Dylan, se ne parlerebbe ancora oggi e in senso principalmente positivo e nostalgico.

Il resto dei brani a parte la cover di Corinna, Corinna, presenta altre composizioni significative come I Shall Be Free, che è una rilettura di Lead Belly, così come Talkin' World War III Blues, che deve molto allo stile del suo mentore dell'epoca, Woody Guthrie. Resta da dire di Oxford Town e di Honey, Just Allow Me One More Chance. La prima è un'altra canzone intelligente, ironica e di taglio decisamente satirico, come era solito fare in questa fase della sua carriera. C'è un aspetto che viene spesso poco considerato quando si parla del Dylan autore: la sua capacità di tracciare bozzetti ironici e satirici. Eppure è una delle cose che dovrebbero colpire di primo acchito l'ascoltatore. "Io e la mia ragazza, il figlio della mia ragazza siamo stati accolti con i gas lacrimogeni. Non ho capito nemmeno che ci siamo andati a fare, ce ne torniamo da dove siamo venuti." Honey, Just Allow Me One More Chance è invece un tour de force vocale e performativo di un giovane cantautore che avrebbe poi creato un marchio di fabbrica e contribuito a rinnovare la tradizione del blues con le sue liriche al vetriolo e con una penna che sgorga talento, sfacciataggine e coraggio da ogni poro. The Freewheelin' Bob Dylan venne pubblicato il 27 maggio del 1963. La produzione del disco è di John Hammond e Tom Wilson. È giustamente considerato tra i vertici assoluti dell’autore e della musica popolare del Novecento. Ha contribuito ha delineare un nuovo modo di scrivere e produrre canzoni d’autore, che vanno oltre il singolo genere di riferimento. Dylan probabilmente non aveva ancora la License to kill, ma di certo con la sua chitarra è stato in grado di battere i fascisti, conquistando i cuori di chi sapeva ancora sognare.

Folgorante e innovativo. La luce di questo lavoro, che per certi versi rappresenta il vero esordio del Bob Dylan autore, non cesserà mai di brillare.

Dario Twist of Fate
 

Blonde on Blonde (1966)

Allora andiamo, tu ed io, quando la sera si stende contro il cielo. Come un paziente eterizzato disteso su una tavola; andiamo, per certe strade semideserte, mormoranti ricoveri. Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo e ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche; strade che si succedono come un tedioso argomento. Con l’insidioso proposito di condurti a domande che opprimono… Oh, non chiedere «Cosa?» andiamo a fare la nostra visita. Nella stanza le donne vanno e vengono parlando di Michelangelo.
(T.S. Eliot - The Love Song of J. Alfred Prufrock)


In esoterismo il numero 7 è considerato un numero perfetto, LA LUNA SEPOLTA, i poteri occulti. Il Sette è l’espressione privilegiata della mediazione tra umano e divino. 7 sono le lettere dell’alchemico V I T R I O L: Visita, Interiora, Terrae, Rectificando, Invenies, Occultam, Lapidem: visita l’interno della terra, il proprio intimo, la Psiche, e rettificando scoprirai la pietra nascosta. L’acqua celeste si sposa con il fuoco infernale convertito e messo al servizio della pura Grande Opera. Il numero 7 rappresenta il tutto, poiché il 7 è il numero della creazione. Ogni cosa esiste, sia essa appartenente al genere umano, un oggetto, un animale o una pianta, contiene nella sua unità, due opposti, non vi è cosa che non abbia il suo opposto. La legge della dualità è la legge che domina l’universo condizionando la nostra esistenza. Ogni pianeta ha un’orbita crescente e una decrescente; una doppia polarità. 7 sono le lettere doppie dell’alfabeto ebraico e 7 i sigilli del libro dell’apocalisse, da aprirsi per mezzo delle 7 virtù, da opporre ai 7 vizi capitali. Se noi sommiamo cabalisticamente il numero 7, esso ci dà inizialmente 28, cioè 2 e 8, simbolo del binario (il 2, l’uomo e la donna, il bene e il male, il positivo e il negativo) e dell’infinito, l’8 la lemnisca, la continua lotta degli opposti per il raggiungimento dell’equilibrio e quindi i simboli del continuo evolversi della vita per mezzo dei contrari. Tutto questo per dire che Blonde on Blonde, è il settimo disco realizzato in studio da Bob Dylan la cui durata corrisponde a 72 minuti e 57 secondi.

Cosa fare a New York se a Nashville c’è Charlie McCoy?
Buona parte dell’accompagnamento (e del vestito sonoro) di Blonde on Blonde venne garantito da musicisti di Nashville specializzati in sessioni di registrazione come Charlie McCoy e la futura star Joe South. Va detto che molti di loro non erano abituati a lavorare con musicisti di ambito rock, ma presero confidenza con questi pezzi complessi in modo piuttosto rapido, garantendo la giusta atmosfera, anche quando un brano come “Sad Eyed Lady” continuava ad andare, senza indicazioni sul momento in cui sarebbe finita. I musicisti di Nashville hanno dato ai testi di Dylan, tipicamente ambigui, il supporto più rilassato e solidamente musicale che abbiano mai avuto. Un mix notevole di liriche, che si muove tra la descrizione realistica e quella iper-realistica.
Bob Dylan dichiarò: “Il momento in cui sono arrivato più vicino al sound che sento nella mia mente è stato proprio durante le sessions di Blonde on Blonde. Si tratta di quel suono sottile, da spirito selvaggio. È metallico, oro brillante, qualsiasi cosa evochi.” Riuscite a trovare una definizione migliore di questa per descrivere questo capolavoro?
Che vada in malora il concetto di concept album: questo doppio album è una delle migliori raccolte di canzoni killer mai ascoltate per chi ha orecchie da intendere. Non ve lo dico io, è un dato oggettivo e insindacabile. Semmai il problema è diametralmente opposto: proprio come concept omogeneo il disco "fallisce". Si fa per dire, naturalmente. Il tema è l'amore anzi il canto anfetaminico di un giovane uomo alla ricerca di un posto nel mondo. Un tema che ancora oggi a distanza di quasi sessant’anni suona dannatamente attuale. C'è il disagio, il malessere del viaggio, spirituale e non. C'è il blues e c'è la ricerca interiore, c'è la beat generation e il suprematismo. C'è la grandezza e la spavalderia dell'essere giovani. Sentimento che Dylan ha continuato a coltivare e che ancora oggi si ostina a preservare. Un mio amico di pennino mi dice spesso che per restare un grande artista bisogna osare e se necessario andare a pisciare nei bassifondi dell'anima che ci inghiotte e che ghermisce questa sempiterna notte. Per comprendere dove termina il caos e inizia lo stato dell'arte bisogna però ascoltare gli outtakes contenuti in The Bootleg Series 12 The Cutting Edge. Serve audacia e virtù, serve quella passione che nel cuore della notte ti fa scrivere, comporre e suonare brani come Visions of Johanna, canzoni come Just Like a Woman. Delle prime sessions di New York verrà mantenuta nell’editing finale la registrazione del solo brano One of Us Must Know, dove va evidenziato l’ottimo lavoro della sezione ritmica a opera di Rick Danko e Bobby Gregg, del pianoforte di Paul Griffin e dell’organo Hammond di Al Kooper.
Dylan canta della dolce Marie, ma anche di Johanna e Louise e dedica il gran finale alla sua amata Sara Lownds, che diventa qui Sad Eyed of Lowlands. Sul fatto che il disco trabocchi di romanticismo e surrealismo, ci sono pochi dubbi. Canzoni d’amore che in modo differente sono la cifra stilistica di pezzi come Just like a Woman, I Want You, One of Us Must Know, 4th Time Around e Leopard-Skin Pill-Box Hat.

Hitchcock su Visions of Johanna
Per il poeta Andrew Motion Visions of Johanna è il miglior testo di canzone mai scritto, prova evidente del brillante uso del linguaggio da parte del suo autore; il pensiero del cantautore Robyn Hitchcock combacia alla perfezione con le dichiarazioni del Motion: “Visions of Johanna per me è la matrice. È da lì che provengo come autore di canzoni. Questo brano definisce le potenzialità di una canzone, il motivo per cui vale la pena cercare di scriverne. Bob Dylan con questo disco mi fece capire che questo era il lavoro che intendevo fare nella vita. Quando sarò grande voglio che il mio impiego sia scrivere pezzi come Visions of Johanna. Canzoni che nello spazio della stessa frase ti facciano ridere e piangere, in pratica”.
Basterebbe scrivere un brano come Visions of Johanna, ispirato allo stile di T.S. Eliot e forse in debito verso il Jack Kerouac, per dare peso e senso a una carriera da cantautore. Il tutto avviene dopo aver già dato alle stampe brani come Mr. Tambourine Man e Desolation Row, dopo aver creato quell’instabile suono al mercurio su figure retoriche audaci ed efficaci, metafore surrealiste e immagini folli e distorte, che solo in apparenza sono figlie dello sballo e del delirio. Cosa c'è di meglio che lasciarsi andare alla fantasia, all'immaginazione e al sentimento, quando hai poco più di 20-30 o anche 50 anni. Bob Dylan è un tipetto impertinente che ti dice cosa pensare, ma che non ha bisogno del tuo giudizio e del tuo supporto, è spavaldo e coraggioso e sa che non ci sono prigionieri da fare quando si è in missione per conto dell'arte, perché questo lavoro è arte impressa su bobina, non ci sono canzoni, non ci sono versi, arrangiamenti e accordi o tonalità. Basterebbe perdersi nei blues ancestrali raffinati e melliflui dell'organo di Al Kooper, delle soffiate urgenti di Dylan in una dolce e accogliente armonica e poi la crema dei musicisti di Nashville, che non sono ancora stati contaminati con il rock urbano e che per questo motivo contribuiscono a dare vita al capolavoro che sarà Blonde on Blonde.
Un vero capolavoro non ti conquista al primo ascolto e nemmeno al decimo. Un vero capolavoro si impone al 37esimo ascolto. Così è stato per me: in una notte di tempesta, dove tuoni e fulmini dominavano la notte irlandese e il cd volteggiava nel mio impianto di pochi euro, dopo una capatina a quel Virgin Store di Cork. Dio benedica quella commessa lenta che non aveva fretta di chiudere. E Dio benedica Dylan e la sua gioiosa macchina da guerra che non fa prigionieri né ti chiede un riscatto. La redenzione è nelle orecchie di chi vuole intendere e ha intenzione di portarsi avanti con l'ascolto. Dylan non ti invita a uscire con lui e non è nemmeno un buon amico, ma del resto i grandi artisti, i veri Maestri hanno bisogno di questo? Loro ti possono conquistare con uno sguardo, con un riff di Hammond o con una parola sussurrata in un brano, che sembra non avere mai fine.
Se vi sembrano lunghe le strofe di Visions of Johanna, allora non siete ancora giunti alla fine del secondo disco. Queste sono le quattro facciate con cui il rock accede ai piani alti dell'Accademia delle Belle Arti. Non fila tutto liscio, c’è qualche passo falso e un paio di momenti di esitazione. È un'opera capace di guidarvi nel viaggio al termine della notte. “È un biglietto di sola andata per la terra promessa” per dirla alla Bruce Springsteen. Ci sono brani dove il piano di Hargus "Pig" Robbins guida le danze come se fossimo a un galà in cui la bella dama attende che qualcuno la inviti al valzer finale; in altre circostanze l'organo di Al Kooper suona letteralmente la carica mentre la sezione ritmica è elastica, pronta, ma allo stesso tempo rilassata. Il suo autore dovrà sfogarsi per bene, prima di cedere il passo alla resa e alla rassegnazione di quella imperiosa ballata agrodolce che è Sad Eyed Lady of The Lowlands.
In un album, anzi due, dove il tempo è tutto o quasi, ci si abbandona ora a una suite che dura oltre dieci minuti. Il testo ci porta in luoghi che non sapevamo ancora di conoscere. Sarà il brano definitivo presente sul disco con cui Dylan verrà ricordato? Difficile dirlo visto che il Nostro continua a produrre musica e testi di livello formidabile. Da dove vengono queste canzoni? Dove ci conducono? Sono davvero la nuova Guida Michelin per la Gloria? Sono realmente il meglio che un musicista, poeta e menestrello possano concepire? Dylan non si definisce cantautore, ma non è nemmeno un musicista o un bluesman in senso classico. Eppure la musica suona secondo quella scuola e filosofia di pensiero. C'è chi parla di terzo capitolo di una ipotetica trilogia elettrica, ma a noi piace pensare che questo sia solo l'inizio di un viaggio che non è ancora terminato. Il momento iniziatico del Neverending Tour. Musica senza barriere e senza confini. Cavalcate elettriche, surrealismo e rock and roll. Musica maiuscola, comunque vogliate etichettarla. Ve ne servirà di nastro adesivo qui per mettere tutto assieme. Per incollare e appiccicare tutti i versi, le metafore, le immagini che questo disco può e deve rilasciare, nella migliore delle ipotesi. Non è Hendrix, non sono i Beatles (anche se alcune cose li ricordano), è libertà espressiva, di quelle che non senti più così spesso: perché nessuno dedicherebbe lo stesso sforzo, tutta la propria ispirazione per un semplice disco, anzi due.

La linea comica di Blonde on Blonde
Una delle note dolenti della poetica e della forza dei testi di Dylan è rappresentata proprio dal suo sottile, fine, senso dell’umorismo e dal bisogno di non prendersi sul serio. Soprattutto negli album anni sessanta questo è uno dei tratti distintivi. Nonostante ciò quasi nessuno sembra accorgersene. Eppure in un lavoro come Blonde on Blonde, se si vuole davvero fare un’analisi testuale credibile diventa un tratto saliente, quasi fondamentale. Just like a woman, Rainy Day Women, Visions of Johanna, Stuck inside of Mobile e su tutte Leopard-Skin Pill-Box Hat, sono brani caratterizzati da un umorismo evidente. Questo non vuol dire che Dylan non fosse in grado di essere serio, ma parliamo di un giovane autore 25enne che sta ancora cercando il suo posto nel mondo musicale e nel tessuto sociale in cui vive. A volte un giovane vuole solo scherzare, spassarsela e giocare con gli amici. Leopard-Skin Pill-Box Hat è senza alcun dubbio un attacco verso un certo modello di donne, di classe sociale e di atteggiamento. Parliamo infatti di un autore molto vicino alla beat generation, con un modo di fare bohemièn, che attacca senza mezze misure uno dei simboli di una certa classe sociale, gente seriosa e pretenziosa. Per farci capire, il cappello a cui fa riferimento veniva indossato da personalità del calibro di Jackie Kennedy. Di contro però Dylan riesce a fare ironia e umorismo anche sulla sua stessa categoria, con atteggiamenti sfacciati, ma che non suonano mai del tutto gratuiti, amari o disperati. Un autore al comando, capace questa volta di puntare il dito contro tutto e tutti, anche contro sé stesso, se il caso dovesse richiederlo. È come una ruota sul punto di staccarsi dal carro, una matrice che in tanti hanno cercato di ricreare, il brano festaiolo che metti la domenica mattina per dare un tocco di umorismo a un giorno senza senso o senza sole. Con un numero di hit piuttosto cospicuo, ci sono brani che tendono a essere dimenticati. Tra questi però non può certo ritrovarsi, per il valore strettamente musicale, un pezzo come Stuck Inside of Mobile.
Shakespeare, è nel vicolo con le sue scarpe a punta e le sue campane. Sta parlando ad una prostituta che dice di conoscermi bene. E io vorrei spedire un messaggio per scoprire se ha parlato, ma l'ufficio postale è stato derubato e la cassetta postale è chiusa. Oh, Mama, può essere veramente la fine essere di nuovo bloccato a Mobile col blues di Memphis.

Siamo qui di fronte al tipico testo che autori di culto come Hunter Thompson, Tom Robbins e con uno stile differente lo stesso Richard Ford, hanno utilizzato come ispirazione per le proprie opere. È una situazione surreale, picaresca, tipica dello stile di vita on the road del musicista. Il tutto viene descritto e narrato con una penna agile e carica di umorismo. Anche la parte musicale con il pianoforte, le chitarre e il solito lavoro di Al Kooper all’organo conferiscono spessore, potenza ed elasticità al pezzo, su cui Dylan stende i suoi versi, i giochi di parole e la verve umoristica. Uno dei brani più riusciti di un disco che è entrato nella storia della musica popolare del Novecento.



La copertina del disco
Venne realizzata dal fotografo Jerry Schatzberg, il quale desiderava trovare una location interessante al di fuori dello studio, si optò quindi per la zona di Chelsea, distretto di confezionamento della carne di New York all’epoca. Lo scatto scelto per la copertina è sfocato e fuori fuoco. Tutti cercavano di interpretarne il significato, si diceva rappresentasse l'ebbrezza durante un viaggio con l'LSD. Per niente vero! Faceva freddo e stavano tremando. Nonostante vi fossero altri scatti nitidi e a fuoco, Dylan scelse lo scatto sfocato, che è diventato uno dei più iconici del rock di metà anni sessanta.

Blonde on Blonde oggi
Bob Dylan, con o senza consapevolezza, contribuisce a ridefinire le dinamiche di un supporto come il vinile, dato che di lì a breve, il 33 giri prenderà definitivamente il posto del 45 giri. Durante il 1966 il pop rock cambierà volto, suono e punto di vista su ciò che può contenere. Assieme a Beatles, Beach Boys e poche altre eccezioni, questo disco avrà le qualità necessarie per resistere nel tempo, sia a livello contenutistico che per quanto riguarda il vestito sonoro. La scelta di tenere le chitarre e la sezione ritmica un po’ dietro rispetto all’organo di Kooper e all’armonica di Dylan si rivelerà infatti vincente e azzeccata. Due strumenti cardine non così dissimili, in quanto esili e capaci di creare un mormorio che attraversa tutti i solchi dell’album, mentre le chitarre e la sezione ritmica fanno il loro lavoro in sottofondo. La cosa sorprendente per il Dylan musicista e autore è che spesso si rifiuta di risolvere la progressione di accordi, elemento il cui il Nostro ha dimostrato grandi capacità già da The Freewheelin’. Qui i cambi sembrano avvicinarsi a un climax sonoro che in realtà non arriva mai, sostiene il critico Geoffrey Himes. Jason Isbell nel 2015 attribuisce al batterista Kenny Buttrey la riuscita del disco. “Quando gli altri non sanno dove andare, il batterista con i suoi colpetti mantiene la tensione necessaria, così che nessun brano sfugga al controllo.” Basti citare il lavoro che esegue sul rullante nella vivace Most Likely You Go Your Way And I'll Go Mine. Non a caso Buttrey verrà richiamato da Dylan per suonare la batteria nei successivi John Wesley Harding, Nashville Skyline e Self Portrait.

Citazioni su Blonde on Blonde
Per Jon Bream Blonde on Blonde fu un’operazione pienamente riuscita, in quanto Dylan allargò il suo ventaglio melodico con il supporto di validi musicisti e grazie a testi sempre più enigmatici nel loro mix di desideri romantici, critiche ciniche e invettive sapientemente alternate a divertenti giochi di parole dal sapore decisamente surreale. Ha uno stato d’animo carnevalesco, che si mescola in maniera efficace con il blues di Highway 61 Revisited, spingendo il cuore oltre l’ostacolo, per così dire. Un ruolo determinante lo tenne anche il produttore Bob Johnston, subentrato durante le registrazioni di Highway 61 Revisited a Tom Wilson. Pare sia proprio di Johnston l’idea di spostare le sessioni di registrazione agli studi della Columbia Records di Nashville. Charlie McCoy già in Desolation Row aveva contribuito con i suoi preziosismi alla chitarra acustica nella buona riuscita del brano. McCoy oltre che pluristrumentista, farà anche da raccordo e da direttore ai musicisti di Nashville che accompagnano Dylan nelle registrazioni di Blonde on Blonde, che venne quasi tutto registrato nella capitale del Tennesee. Una novità e un’anomalia che presto diventerà regola, visto che tanti altri illustri colleghi ne seguiranno l’esempio. Ancora una volta come si suol dire: Bob Dylan mostra la strada da seguire.
Per Chris Gantry Blonde on Blonde è stato un agente libertario, fondamentale in quanto ruppe molte regole, a livello testuale e non. Ha avuto un impatto su tutti gli autori che sarebbero venuti dopo, allargando i confini di ciò che era accettabile nel songwriting pop, permettendo a essi maggiore creatività di scrittura. Nel contenuto di questo lavoro è rilevante la contrapposizione tra vita reale e desiderio. Perché una volta presa la decisione, risulta molto difficile tornare indietro.

“My love she speaks softly,
She knows there's no success like failure
And that failure's no success at all.”
Bob Dylan

N.B. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento consiglio la lettura del libro di Daryl Sanders Un sottile, selvaggio suono mercuriale – Bob Dylan, Nashville e Blonde on Blonde.

Dario Twist of Fate